mercoledì 19 novembre 2014

Ampliare i significati della parola "demansionamento"



Caso 1: Ingegnere di una certa età, diciamo sessantenne o più, convinto di essere bravissimo, ma che  senza la segretaria non sa stampare un foglio da solo e non trova sulla scrivania gli occhiali per leggere quello che gli è stato stampato, siccome si è guadagnato negli anni il diritto a non timbrare il cartellino più di una volta al giorno, entra in ufficio quando vuole e se ne va quando vuole. Qualcuno inizia a insinuare che non sia poi così bravo, e dal momento che lo pagano troppo ma non possono abbassargli lo stipendio né licenziarlo, provano a spostarlo in un reparto in cui abbia meno responsabilità e possa tirare la pensione in tranquillità, senza scossoni per l'azienda. Se gli si dice che non è più all'altezza dello stipendio che percepisce, si offende il suo orgoglio maschile quindi non si può neppure insinuarlo. Se lo si invita allo scivolo per la pensione, non vuole perché ha la moglie a casa con 10 anni di meno che dovrà andare in pensione chissà quando e rompe le scatole perché il marito in casa tutto il giorno non lo vuole (manco l'avesse sposato un'altra, non so). Anzi talvolta l'anziano tenta pure di rimanere oltre l'età pensionabile perché è davvero convinto che il suo ruolo sia indispensabile. Casistica abbastanza simile quando la persona in oggetto non è un ingegnere ma ha fatto la terza media o ragioneria d'altri tempi, e tenta di affossare tutti i laureati appena assunti perché soffre di una sindrome di inferiorità e quindi teme gli facciano le scarpe. Si prova a mandarlo a fare fotocopie, e si sente demansionato, ovviamente tutto il sindacato dalla sua parte anche perché ha passato una vita a intessere rapporti finti col preciso scopo di essere poi tutelato in caso di necessità. In sostanza: non ce ne si può liberare.

Caso 2: Donna di mezza età, che lavora perché le serve dimostrare al mondo che lei è emancipata ma non ha nessuna intenzione di fare alcun cambiamento nella sua vita né di emanciparsi da nulla, lei è l'emblema del sistema fatto persona. La routine è la sua missione primaria, farebbe di tutto per non far cambiare neppure la marca della miscela di caffè della macchinetta, va al mare nello stesso paesino in Liguria da 30 anni spendendo la stessa cifra di un viaggio alle Maldive ma scrolla la testa di fronte alle colleghe che vanno "all'estero". Se amministrativa in un ufficio pubblico, pensa che il suo stipendio sia un ovvio diritto perché lei è stata furba e aveva capito da sempre che bisognava fare i dipendenti pubblici per essere garantiti, anzi: quelli della generazione precedente alla sua erano pure baby-pensionati inpdap mentre a lei tocca lavorare di più, in fondo in fondo l'han fregata. Un mattino arriva al lavoro, trova il sistemista che le sta cambiando il gestionale, senza essere stata avvertita prima. Le comunicano che ci sarà un corso di formazione per imparare ad utilizzare il nuovo programma, ma lei non ha ancora digerito l'affronto, qualcuno ha messo mano al suo pc senza avvertirla e il programma nuovo sicuramente rovinerà la sua routine. Si rifiuta di fare il corso di formazione, chiede all'azienda di fare un lavoro più semplice del complicatissimo inserimento dati che svolgeva prima. E' a tempo indeterminato, non possono lasciarla a casa né toccarle lo stipendio quindi inizia ad andare a ritirare stampe e far fotocopie per conto di tutti. Orgogliosa e soddisfatta, dopo due anni ancora circola per gli uffici spiegando che lei non fa nulla perché un giorno le hanno chiesto di imparare a utilizzare uno strumento nuovo e lei non si è fatta fregare. Quando ci sono dei picchi di lavoro che i colleghi senza di lei non riescono a gestire, assumono a metà della sua paga una giovane neolaureata che in un paio di giorni impara il programma, gestisce gli utenti, le telefonate e non si ammala mai. Dopo due mesi la lasciano a casa perché il picco di lavoro è finito, l'altra è ancora lì e continua a far fotocopie, senza aver subito alcun demansionamento. Anzi, tra alcune colleghe si vocifera persino che sia un privilegio. 

Caso 3: Giovane interinale, fa il corso obbligatorio sulla legge 626 e gli comunicano che i lavoratori al videoterminale hanno diritto a una pausa di 15 minuti ogni 2 ore per far riposare gli occhi dallo schermo del pc. L´art. 54 del D. Lgs. 626/94 specificatamente per i videoterminalisti cita: "Il lavoratore, qualora svolga la sua attività per almeno quattro ore consecutive, ha diritto ad una interruzione della sua attività mediante pause ovvero cambiamento di attività." In assenza di  contrattazione collettiva la pausa dovrà essere di quindici minuti ogni due ore di lavoro continuativo al videoterminale (la contrattazione collettiva può prevedere 10 minuti se c'è un cambio di attività all'interno della giornata lavorativa). Pertanto, questo significa che può andare a fare fotocopie, ritirare stampe, riorganizzare l'archivio, insomma può svolgere delle attività alternative allo stare di fronte allo schermo ogni 2 ore almeno, al fine di preservare la propria salute. 

Intanto che voi discutete se andare a far fotocopie sia un demansionamento o un privilegio, una fortuna o una sfortuna, il meglio o il peggio, sappiate che da qualche parte un giovane interinale sta facendo fotocopie in pausa. 

L'ora di ... Buddhismo

La notizia è stata riportata qualche tempo fa, ma per fortuna non è rimasta inascoltata.
Una mamma di Ravenna ha deciso di togliere il figlio dall'ora di religione ma era "troppo tardi" per cambiare idea, la Curia accetta la scelta se frequentare l'ora di religione o no solo fino a febbraio.
La signora ha brillantemente risolto il problema dichiarandosi buddhista, e detto fatto, il bambino è subito stato tolto dalla classe. Per qualche motivo il laicismo non è consentito, l'affermazione del fatto che l'ora sia facoltativa neppure, il cambio di culto sì.
Stamattina su Repubblica un articolo di Alessandra Longo riporta la notizia dell'interrogazione al Ministero dell'Istruzione portata avanti da 3 parlamentari che hanno voluto approfondire la questione.

Rumore di niente

La spettacolarizzazione della politica è un fenomeno a cui assistiamo ormai da molto tempo. 
Mira a coprire il lavoro vero, l'impegno costante (che spesso non fa notizia) e le cose concrete costruite piano piano in nome del "titolo" e di una presunta migliore visibilità. 
Le persone non sanno ascoltare un discorso intero, prendono solo la battuta divertente e cercano di costruire il conflitto anche dove non dovrebbe esserci, perché l'idea che tutto sia conflitto risponde agli istinti delle persone e non richiede ulteriori ragionamenti. 
Così è più facile vendere il proprio prodotto, farsi notare in una selva di media che concorrono tra loro a chi attira più fan, più followers, più click, più mi piace.
Il tutto però sta portando a una semplificazione ai limiti dell'infantilismo e dell'analfabetismo funzionale e trovo tutto ciò assolutamente dannoso per lo sviluppo umano e culturale della nostra società. Non ci sono ricette miracolose per risolvere i problemi, c'è un lavoro comune sul lungo periodo, l'idea che le cose vadano analizzate a fondo e capite prima di essere giudicate, ma se si perde tutto questo si perde la base della democrazia. Si va dicendo alle persone che non conta il pensiero ma lo slogan, che non conta l'approfondimento ma la capacità di dire cose semplici in modo da essere capiti, non conta l'autenticità ma la capacità di dire la frase giusta al momento giusto per essere politicamente corretti. Non si cerca di spiegare quando non si è capiti, si va dietro a chi non capisce mettendosi sullo stesso piano. 
Si perdono gli obiettivi veri in nome di ... di cosa esattamente? Di piccoli obiettivi a breve termine che non hanno in sé una visione del futuro e del Paese come lo vorremmo. 

martedì 11 novembre 2014

#metroavime portate la metropolitana a Vimercate

Ho appena lanciato una petizione su change.org per il prolungamento della metropolitana M2 da Cologno Nord a Vimercate, la trovate qui

I collegamenti della regione urbana milanese sono uno dei fattori cruciali dello sviluppo del Paese e l'arrivo del prolungamento della MM2 verde da Cologno Nord a Vimercate è stato sottoscritto dal Governo in un accordo di programma che è stato siglato nel 2007 tra Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, Regione Lombardia, province di Milano e Lodi, CAL, ANAS e rappresentanti dei comuni.  Non si può aver stilato un accordo di programma e non farne più niente, anche considerato che quell'accordo si basava su due principi, uno era la linea del ferro, l'altro era la linea autostradale. La Tangenziale Est Esterna sta procedendo, sta andando avanti ed è stata rifinanziata infatti nella primavera del 2015 sarà operativa e le due cose ovviamente devono stare insieme.
Con il prolungamento della linea verde della Metropolitana fino a Vimercate sarà possibile collegare una delle aree più popolose dell’area urbana milanese e una delle più significative dal punto di vista produttivo mettendo in connessione diretta Milano con l'area del distretto hi-tech, inoltre ogni giorno transitano sulle nostre tangenziali pendolari provenienti da Bergamo, Lecco, Como e Varese con gravi danni per le persone e per l'economia, gravi ritardi e incertezze nella puntualità dell’arrivo delle merci, difficoltà per il raggiungimento del posto di lavoro, gravi danni per l'inquinamento e quindi sul lungo periodo per la salute dei cittadini. E sicuramente un alleggerimento del traffico sulla tangenziale Est sarebbe un vantaggio anche per l’aeroporto di Linate che oggi è più difficilmente raggiungibile in tempi brevi proprio per la congestione del traffico. Tra l’altro ci sono anche i margini per ridurre i costi del progetto iniziale, prevedeva un investimento di 477 milioni di €, per esempio sviluppando tutto il tracciato in superficie.  A gennaio 2014 si è parlato di utilizzare i soldi dell’aumento del casello della Tangenziale Est di Agrate per finanziarla ma al momento anche questo è rimasto solo un progetto.
I cittadini di Vimercate, Concorezzo, Agrate Brianza, Brugherio e tutti i lavoratori delle aziende di quest’area aspettano da anni la metropolitana.

sabato 8 novembre 2014

A quali condizioni può sopravvivere l'Euro?

La domanda è: siamo Europei?

La domanda da porsi non è sulle condizioni, ma su chi siamo. Siamo Europei? Perché se fossimo veramente consapevoli della nostra identità Europea, non ci sarebbe alcun dubbio sulla necessità di una moneta unica.
Se c’è un problema di percezione della nostra identità Europea, non è economico ma culturale. Da ricercare nelle radici più antiche dell’Europa, e nel gran numero di fattori cosiddetti “divisivi”. In una società sempre più frammentata, che ha perso il senso di comunità, si cerca una nuova identità e ci si scopre a non trovarla più nella sicurezza della famiglia, dei rapporti dovuti per, dell’infallibilità della Chiesa. Si cercano nuove sicurezze economiche, nelle auto a rate, la casa a rate, il tempo indeterminato.
Poi arriva la crisi che mette in discussione il tutto e gli uomini (o le donne) soli, solitari, che hanno investito tutto in beni materiali considerando la Cultura un lusso si ritrovano senza più nulla. O magari senza una piccola percentuale di quello che avevano prima, ma in ogni caso con un grande bisogno di autodefinirsi in qualche modo: disoccupati in quanto non occupati, donne perché diverse dagli uomini, minoranza perché non maggioranza, oppure italiani in quanto non tedeschi, inglesi, extracomunitari etc.
Definirsi italiani aiuta a identificare un altro da criticare, incolpare, correggere, da cui dissentire. Essere Europei implicherebbe uno sforzo troppo grande, vuol dire mettere in gioco l’essere italiani e i valori trasmessi da parenti e vicini di casa, che magari non saranno simpatici ma sappiamo già chi sono, per provare a aprirsi alle novità e a considerare positivo il cambiamento. Provare a guardare come lavorano i tedeschi, i diritti delle donne francesi o inglesi, le politiche di accoglienza degli stranieri degli altri Paesi. Confrontarsi, guardare al modello migliore, farlo proprio. Ma come è possibile tutto ciò se ancora pensiamo in lire? Se chiamiamo l’Europa quando arrivano dei profughi di guerra sulle nostre coste e poi la disprezziamo quando dall’Europa ci mostrano un modello economico o lavorativo chiedendoci di valutarlo e prenderlo in considerazione in toto, con diritti e doveri, non solo quando fa comodo?
Le domande sono tante e la chiave non è nell’economia ma nella forma mentis delle persone, nella capacità che avremo di far sentire più Europei tutti i cittadini, nel non chiuderci in campanilismi e provincialismi che nel 2014 rasentano il ridicolo. Dare a tutti gli strumenti culturali per ripensare il mondo intero in un’ottica globale, per superare l’idea dell’altro come nemico attraverso cui identificare se stessi. L’Europa può confrontarsi, nel suo insieme, con gli Stati Uniti, col mondo islamico, con l’Estremo Oriente in veloce crescita. Dipendiamo gli uni dagli altri, ma spesso non ci piace, preferiamo semplificare perché è più facile, vorremmo un confine chiaro per stabilire cosa è “nostro” cosa è “loro”.  L’Italia da sola sul mercato internazionale non esiste, ma non esiste da sola neanche quando si parla di politica estera o di diritti umani. Siamo già Europei geograficamente ed economicamente, ora dobbiamo lavorare per esserlo anche culturalmente. 

 

Nozze d'argento per le due Germanie

A 25 anni dalla caduta del muro, le due Germanie pur mantenendo un grande divario di ricchezza ed efficienza in alcuni campi hanno dimostrato una capacità di coesione e di rinascita da cui dovremmo davvero prendere esempio. Ora sono una potenza economica leader in Europa, un tasso di disoccupazione al 5,3%, composta da cittadini laici (il corrispondente dell'8 per mille è facoltativo), abituati a fare l'università lontano da casa invece che a fare i pendolari per 100 km come si usa qui in Italia. Treni puntuali, nessun limite di velocità in autostrada eppure meno incidenti stradali. Molti più affitti e meno mutui, segno di una capacità insita nella maggioranza della popolazione di non vedere il potenziale cambiamento come un ostacolo bensì come un'opportunità. Grandissimi investimenti sul turismo, nonostante le macerie della seconda guerra mondiale, niente mare e poche montagne. La maggior parte dei tedeschi parla un ottimo inglese, anche tra chi svolge lavori non particolarmente elevati.
Forse dovremmo imparare a rimboccarci le maniche e a responsabilizzarci. A cambiare verso per davvero.
Forse l'articolo 18 non è la madre delle battaglie, ma una bandierina su una piramide di fango.
Perché se in Italia combattessimo per sconfiggere la mafia, la voglia di far niente e iniziassimo a comportarci con consapevolezza, ovvero responsabilizzandoci per le nostre azioni e mettendo da parte l'omertà potrebbe cambiare qualcosa?
Ha senso che a più di 150 anni dall'Unità d'Italia ci sia ancora un divario fra nord e sud così consistente? E ha senso che alcuni diano la colpa di tutti i mali all'Europa? Certo trovare un responsabile "fuori" è sempre più facile che guardarsi in casa e iniziare ad agire.

Stato Tasso di disoccupazione (%)
Media 1998Media 2001Media 2004Media 2007Media 2010Media 2013
Austria Austria4,53,64,94,44,44,9
Belgio Belgio9,36,68,47,58,38,4
Croazia Croazian.d.15,913,89,611,817,6
Danimarca Danimarca4,94,55,53,87,57,0
Finlandia Finlandia11,49,18,86,98,48,2
Francia Francia10,78,29,38,49,710,8
Germania Germania9,47,910,58,77,15,3
Grecia Grecia11,110,710,58,312,627,3
Irlanda Irlanda7,53,94,54,713,913,1
Italia Italia11,39,08,06,18,412,2
Lussemburgo Lussemburgo2,71,95,04,24,65,9
Paesi Bassi Paesi Bassi4,32,55,13,64,56,7
Portogallo Portogallo5,64,67,58,912,016,5
Regno Unito Regno Unito6,15,04,75,37,87,5
Spagna Spagna15,910,510,98,320,126,4
Svezia Svezia8,25,87,46,18,68,0
Bulgaria Bulgarian.d.19,512,16,910,312,9
Cipro Cipron.d.3,94,63,96,316,0
Estonia Estonian.d.12,69,74,616,98,6
Lettonia Lettonian.d.13,511,76,119,511,9
Lituania Lituania13,217,411,64,317,811,8
Malta Maltan.d.7,67,26,56,96,5
Polonia Polonia10,218,319,19,69,710,3
Rep. Ceca Rep. Ceca6,58,18,35,37,37,0
Romania Romania5,46,68,06,47,37,3
Slovacchia Slovacchia12,719,518,411,214,514,2
Slovenia Slovenia7,46,26,34,97,310,2
Ungheria Ungheria8,75,66,17,411,210,2
Unione europea Zona euro10,38,29,37,610,212,0
Unione europea Unione european.d.8,69,37,29,710,8
Stati Uniti Stati Uniti4,54,85,54,69,67,4
Giappone Giappone4,15,04,73,95,14,0

Roberto Rampi: anche in Brianza le comunità sono una chiave essenziale

Da "La Rivista che Vorrei" una bella intervista di Pino Timpani all'on. Roberto Rampi del Partito Democratico.
Un breve estratto:
"Nel novecento qualcuno ha scritto delle parole molto belle su questo tema. Recentemente ho visto il film su Leopardi. Prendendo un poco le distanze dai circoli illuministici, a cui si era legato in un primo tempo, il poeta dice: non credo possa esistere una società intesa come una massa di persone felici e composta da individui felici. C'è una drammaticità della condizione dell'individuo in quanto tale, antropologica, che va affrontata. Non si può risolvere con la risposta dei bisogni di massa. Peraltro Leopardi anticipa di un secolo e mezzo alcune questioni poste per esempio da Pasolini. Oggi il punto è questo. Abbiamo lavorato molto nella seconda metà del novecento sull'individuo, però abbiamo perso il senso delle relazioni comunitarie. L'essere umano innanzi tutto è un animale sociale, se perde le relazioni cambia tipo di natura."
Da leggere, perché la crisi sia un'occasione per riscoprire un senso di comunità perduto. 

venerdì 7 novembre 2014

Sondaggio sulla privacy nei call center

Un sondaggio per informare gli utenti, i clienti, i pazienti, insomma tutti coloro che si trovano per qualche motivo a contattare un call center senza chiedersi chi c'è dall'altra parte e soprattutto DA DOVE rispondano.
L’articolo 24-bis (DL 83/2012, conv. in L. n. 134/2012) dispone che quando un cittadino effettua una chiamata ad un Call Center deve essere informato preliminarmente sul Paese estero in cui l'operatore con cui parla è fisicamente collocato e deve, al fine di poter essere garantito rispetto alla protezione dei suoi dati personali, poter scegliere che il servizio richiesto sia reso tramite un operatore collocato su territorio nazionale. Le delocalizzazioni in altri paesi dei servizi di call center sono conseguenza diretta dell mancato recepimento della direttiva UE 23/2001 sulla tutela dei lavoratori nei cambi di appalto, con evidenti rischi per la tutela della privacy. Oltre a questo, i lavoratori in Tunisia, Albania e Croazia sono inoltre ovviamente pagati in modo differente da quelli italiani, a cui pure spesso non viene applicato il regolare livello previsto dal CCNL delle telecomunicazioni.
Il sondaggio è disponibile QUI. Diffondetelo per aumentare la consapevolezza che quando si telefona a un'azienda si parla con una persona fisica e non con un robot e per far conoscere ai consumatori i propri diritti.

giovedì 6 novembre 2014

Matteo Renzi in Alcatel: il nostro tempo è adesso

Nel pomeriggio il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha fatto visita all'Energy Park di Vimercate, insieme all'on. Roberto Rampi e al sindaco Paolo Brambilla, incontrando e ascoltando il management e i lavoratori di Alcatel Lucent e visitando i laboratori di ricerca: "Questo intervento di innovazione è un percorso simbolico che deve fare anche il Paese" ha dichiarato. Poi un bellissimo intervento seguito in videoconferenza da tutti i dipendenti, per sottolineare i valori aziendali: "velocità, fiducia, semplicità, accountability" che siano un esempio positivo anche per semplificare la burocrazia del Paese. Non è mancato un invito ai giovani delle scuole superiori presenti a non credere a chi dice che in Italia non c'è futuro. "La storia italiana è piena di innovatori, innovare è nel nostro DNA" parte dalla storia di Antonio Meucci, per ricordare come il nostro Paese sia "un posto dove fioriscono le idee e si fanno crescere, questo è lo spirito italiano che ci ha fatto grandi nel corso degli anni".
Ha poi sottolineato l'importanza di investire sull'agenda digitale e sulla banda larga e il grande potenziale di sviluppo del settore hi tech e la necessità che l'Europa riconosca questa esigenza come prioritaria. 

lunedì 20 ottobre 2014

Cultura: Il motore dello sviluppo. Un cambio di passo per il Paese.

Cultura: Il motore dello sviluppo. Un cambio di passo per il Paese. | PD - Gruppo della Camera


"La diffusione della cultura
è una precondizione della democrazia. La comprensione dei beni
artistici e paesaggistici e del loro valore è la chiave della loro
difesa. Non esiste contrasto tra tutela e valorizzazione.
Con la cultura si mangia, si fa il pane e soprattutto si semina il grano. La cultura non è un giacimento da sfruttare ma un campo da coltivare perché dia i suoi frutti."

Una grande occasione di incontro e confronto con i massimi esperti del settore sabato 25 ottobre in Villa Reale a Monza. 

giovedì 16 ottobre 2014

Alcuni dati sui lavoratori italiani.


Totale lavoratori in Italia: 
24.732.598 a tempo indeterminato (non tutti protetti da art.18 visto che in alcune aree ci sono molte piccole imprese che mandano avanti l’economia)
3.348.124 precari di vario genere
2.905.433 disoccupati  
fonte qui.

Iscritti alla CGIL (anno 2013, fonte qui)
lavoratori 2.698.012 di cui NIDIL (precari vari) 67.632 
pensionati 2.988.198
totale 5.686.210 
- 0,46 % rispetto all'anno precedente secondo me sono solo i pensionati che sono morti nel corso dell'anno.
Non sono proprio sicura che la Camusso e Landini rappresentino gli interessi di tutti i lavoratori. Forse di una parte di essi.

Iscritti alla CISL (sempre per l'anno 2013, qui trovate i dati completi)
lavoratori 2.311.276 di cui somministrati autonomi atipici: 43.796
pensionati 2.006.515
totale 4.372.280 (sì i conti non tornano perché c'è una piccola categoria speciale) 

Ora quello che io vedo è che sommando i lavoratori iscritti ai due sindacati maggiori (quasi tutti a tempo indeterminato analizzando i dati nel dettaglio) si hanno meno di 5 milioni di persone su 28 milioni di lavoratori che in qualche modo contribuiscono allo Stato, il che significa che anche se i sindacati hanno più potere contrattuale chiaramente non rappresentano tutti i lavoratori, ma ce ne sono altri che non hanno voce. Che non hanno potere contrattuale. Che per la tipologia stessa di lavori che svolgono probabilmente non ha neppure senso che si uniscano in una macrocategoria.
Comunque, il cambiamento dovrebbe avvenire in modo più blando e dovrebbe essere un cambiamento prima nella testa delle persone e poi nella loro vita, un cambiamento imposto genera sempre un qualche scontento e molte persone sono impreparate a vedersi in altri ruoli, a formarsi, reinventarsi. Ciò non toglie che qualora lo facciano potrebbero comunque ritrovarsi ad avere una vita migliore della precedente, magari non subito ma sicuramente la possibilità di interpretare la flessibilità come un'opportunità e non come un handicap è qualcosa che soprattutto le persone giovani dovrebbero interiorizzare senza paura. 

martedì 7 ottobre 2014

Migrantes: Presentato il Rapporto Italiani nel Mondo 2014

Oltre 4 milioni e mezzo gli italiani residenti all’estero, più di 94 mila emigrati nell’ultimo anno

La Fondazione Migrantes ha presentato oggi, 7 ottobre, a Roma, il Rapporto Italiani nel Mondo 2014 (ed. Tau). Giunto alla nona edizione, il RIM è uno strumento culturale che si propone di trasmettere informazioni, nozioni, conoscenze sull’emigrazione italiana del passato e sulla mobilità degli italiani di oggi ad un pubblico vasto con un linguaggio semplice e immediato.
Per una maggiore comprensione delle partenze di oggi dall’Italia, che hanno raggiunto nel 2013 il numero di 94.000 persone – cifra superiore ai flussi dei lavoratori immigrati in Italia -, in questa edizione, oltre i dati del consueto database centrale dell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, si sono analizzate e descritte anche le iscrizioni all’AIRE con la sola motivazione dell’espatrio avvenute nel corso del 2013.
Questi dati, insieme alle riflessioni sull’emigrazione interna, sulla mobilità per studio e formazione e dei ricercatori italiani, dei frontalieri nel Canton Ticino e il confronto con gli spostamenti degli italiani nell’ambito dei principali paesi europei, offrono un quadro articolato sul significato della mobilità italiana di oggi, sulle sue caratteristiche, sui trend che segue e sulle novità che emergono.
La prospettiva storica è prerogativa fondamentale di questo annuario soprattutto perché affiancata alla riflessione sull’attualità con indagini non solo su specifiche situazioni territoriali di partenza e di arrivo, ma anche sull’idea che i media trasmettono della mobilità, il desiderio di partire e quello di tornare dei nostri connazionali. Alle indagini seguono le riflessioni su temi particolarmente attuali, che vengono poi riferite al territorio attraverso le testimonianze di esperienze contemporanee.
Segue lo Speciale Eventi in cui la prima parte è dedicata alla Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato e la seconda che, in previsione dell’Expo di Milano del 2015, ospita una serie di saggi che testimoniano sia la storica presenza della Chiesa alle Esposizioni nazionali e internazionali (i vescovi Bonomelli e Scalabrini, la madre Cabrini) che l’impegno e il legame dell’Italia emigrata con la ristorazione e il cibo (l’identità culinaria, la globalizzazione di piatti tipici e la prospettiva linguistica di italianismi e marchi associati al mondo della nutrizione e il contributo italiano alla cooperazione allo sviluppo nel settore dell’alimentazione).
Il caso italiano è emblematico: la diaspora del secolo della grande migrazione (1876-1976) è stata il più importante veicolo di diffusione di un modello alimentare che è penetrato nelle cucine dei molti paesi di destinazione. La cucina italiana non è stata esportata solo da una minoranza di professionisti dell’arte culinaria, ma è stata creata nei molti luoghi raggiunti dall’emigrazione dei connazionali nella dimensione privata, largamente inconscia e trasmessa oralmente.
Nella parte finale del volume, la sezione degli allegati in cui si è voluta inserire, a corredo delle numerose tabelle riassuntive, la bibliografia ragionata delle pubblicazioni editate dalla chiusura editoriale del Rapporto Italiani nel Mondo 2013.
Nel mondo sono 4.482.115 i cittadini italiani residenti all’estero iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) al 1° gennaio del 2014.
L’aumento in valore assoluto rispetto al 2013 è di quasi 141 mila iscrizioni, il 3,1% nell’ultimo anno. La maggior parte delle iscrizioni sono per espatrio (2.379.977) e per nascita (1.747.409).
Lungo il corso del 2013 si sono trasferiti all’estero 94.126 italiani – nel 2012 sono stati 78.941 – con un saldo positivo di oltre 15 mila partenze, una variazione in un anno del +16,1%.
Per la maggior parte uomini sia nel 2013 (56,3%) che nel 2012 (56,2%), non sposati nel 60% dei casi e coniugati nel 34,3%, la classe di età più rappresentata è quella dei 18-34 anni (36,2%). A seguire quella dei 35-49 anni (26,8%) a riprova di quanto evidentemente la recessione economica e la disoccupazione siano le effettive cause che spingono a partire. I minori sono il 18,8% e di questi il 12,1% ha meno di 10 anni. Il Regno Unito, con 12.933 nuovi iscritti all’inizio del 2014, è il primo Paese verso cui si sono diretti i recenti migranti italiani con una crescita del 71,5% rispetto all’anno precedente. Seguono la Germania (11.731, +11,5% di crescita), la Svizzera (10.300, +15,7%), e la Francia (8.402, +19,0%)
Dall’Italia dunque non solo si emigra ancora, ma si registra un aumento nelle partenze che impone nuovi interrogativi e nuovi impegni. Ed è questo l’impegno che la Fondazione Migrantes si è imposta soprattutto alla luce degli ultimi sviluppi e dell’incremento numerico degli spostamenti che riguardano oggi migliaia di giovani, mediamente preparati o altamente qualificati, con qualifiche medio alte o privi di un titolo di studio.
Solo quando ci si convincerà delle opportunità che un italiano ha fuori dell’Italia di arricchire e valorizzare il Paese in cui è nato, probabilmente si capirà cosa significhi effettivamente parlare di “risorsa migrazione”, dove per ricchezza non si intende solo quella economica, ma anche tutto ciò che di positivo ritorna in termini culturali.
Per oltre un secolo l’associazionismo italiano all’estero ha supplito all’assenza dello Stato e sovente ancora oggi è rintracciabile questa peculiarità di mutuo soccorso tra i membri, una tradizione di solidarietà reciproca che è entrata a far parte di un modo di essere e di operare dell’italiano fuori dei confini nazionali. Dopo un lungo periodo di riflessione, 16 Federazioni nazionali delle associazioni degli italiani all’estero, assieme al Coordinamento delle consulte regionali dell’emigrazione, hanno lanciato il percorso di avvicinamento agli Stati Generali dell’Associazionismo di emigrazione che si svolgerà all’inizio del 2015.
Resta, inoltre, prioritario il rinnovo degli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero e l’effettivo ripensamento, in termini di migliore razionalizzazione, degli interventi a favore dei connazionali fuori dei confini italiani sia per il loro sostegno se in condizione di deprivazione e disagio, che per la promozione della lingua, della cultura italiana e del made in Italy all’estero e per le opere di internazionalizzazione.

lunedì 6 ottobre 2014

I pensieri lunghi di Enrico Berlinguer

Una grande lezione di storia, di politica, di vita quella offertaci da Aldo Tortorella sabato pomeriggio a Monza. Un omaggio appassionato e vivo al leader del Partito Comunista, un ricordo disincantato e vero da parte di un amico che è stato responsabile Cultura nella segreteria di Berlinguer e che ha saputo sottolinearne l'unicità e la grandezza storica. Un incontro all'interno dell'iniziativa "NOTTE ROSSA 2014" organizzata dalla fondazione Quercioli. Sicuramente una grande occasione di approfondimento culturale e di riflessione sui cambiamenti della società e sulla condizione della democrazia oggi, e del valore alto del compromesso storico ricordata anche dall'on. Roberto Rampi che ha partecipato all'iniziativa.

La riforma della scuola: dite la vostra

Amici e lettori, è in corso una consultazione sulla riforma della scuola a cui potete partecipare per dire la vostra.
Si tratta di un questionario suddiviso in 7 sezioni, molto articolato e dettagliato per avere un'opinione sulle singole tematiche.
La consultazione è aperta fino al 15 novembre, non è obbligatorio finire tutte le domande in un unico momento ma potete rientrare a rispondere successivamente. Questo per darvi la possibilità di leggere nel dettaglio le 136 pagine della proposta anche in momenti separati prima di dare un'opinione.
Siete tutti invitati a partecipare.

domenica 5 ottobre 2014

La febbre del lunedì mattina

Uno studio della CGIA di Mestre che si riferisce al 2012 presenta i dati sui certificati per malattia suddivisi per regioni italiane. La media italiana dei giorni di malattia richiesti è di 17,71 giorni all'anno, per un totale di 106 milioni di giornate perse distribuite fra 6 milioni di lavoratori. Gli altri hanno un forte sistema immunitario.
I più sani in Veneto e Trentino Alto Adige, rispettivamente con una media di 15,5 e 15,3 giorni di assenza.
Neve, freddo, strade ghiacciate e alluvioni a quanto pare hanno rinforzato il sistema immunitario.
Insomma, quando vi dicono "pensa alla salute" d'ora in avanti sarà indispensabile una ciaspolata quotidiana invece di una passeggiata sotto il sole.
Malissimo invece il caldo e il mare della Calabria, dove la media di assenze è di 34,6 giorni a testa e nel settore privato è al 41,8 giorni (il giorno di riposo infrasettimanale non si nega a nessuno insomma). Molto cagionevoli anche i siciliani con una media di 19,9 giorni di malattia all'anno a testa e i campani una media di 19,4 giorni, seguono a ruota i pugliesi con 18,8 giorni. La costiera amalfitana è leggermente più apprezzata del Gargano per le gite nei giorni feriali.
Un dato curioso: su 13.365.713 certificati di malattia presentati nel corso dell'anno 2012, il 30,7 % (più di 4 milioni) sono stati presentati di lunedì. La febbre del sabato sera l'abbiamo lasciata alla generazione precedente, quella che faceva le battaglie per i diritti, ora l'abbiamo trasferita in una fascia oraria più consona al riposo dopo i lavori fai-da-te in casa e giardino dei giorni festivi.
E pensare che mio nonno è andato per 20 anni in bici a Paderno Dugnano e faceva pure i turni di notte. Ma come dicono alcuni vecchi, "non c'è più la nebbia di una volta".

giovedì 2 ottobre 2014

"io so chi sei": sicura?

Una di quelle situazioni imbarazzanti in cui ci si imbatte:

Vecchina: "ma io lo so chi sei tu!"
Io: "ah, ok" (nella mia testa: bello, perché io invece non lo so quindi è bellissimo che tu abbia la supponenza di sapere chi sono io)
Vecchina: "tu sei la nipote di tua nonna"
Io: "... beh sì"

Sfido chiunque a negare di essere il nipote di sua nonna. Abbastanza tautologica come affermazione ...
Comunque la riflessione che mi ha accompagnato nel pomeriggio di oggi e a cui non ho trovato soluzione è: abbiamo una definizione univoca del verbo conoscere? Conoscere di vista, conoscere perché si è andati a fondo a scoprire la natura dell'altro, conoscere un punto di vista su un fatto, conoscere più punti di vista su un fatto, conoscere in senso biblico?
Quante volte pensiamo di conoscere qualcuno e in realtà conosciamo di quella persona solo qualche gossip, al 3° o 4° passaggio di passaparola, e spesso informazioni riassunte a cui mancano tutti i precedenti, le parole, gli sguardi, le comunicazioni non verbali, i toni di voce, le confidenze nei momenti bui?
Mi sono guardata intorno e ho osservato un po' più attentamente, quanto vociare! Quante persone che consideriamo di fiducia ci riferiscono presunti "fatti" che poi si rivelano in realtà opinioni di altri malinformati e che hanno trasformato e trasmesso le informazioni ricevute sulla base di filtri personali, oltre che di una grande sintesi.
In anni di studio delle lingue ma anche al liceo quando si facevano i temi, ricordo di aver fatto innumerevoli riassunti. E' un classico il riassunto, come il bigino, lo schema a fine capitolo del libro di storia etc.
La caratteristica principale del riassunto, della sintesi, del bigino, dello schema in fondo al capitolo, era sempre la stessa: la mancanza di descrizione della complessità, la mancanza di contesto, la mancanza di dettagli e di tutte le sfumature.
Ricordo ancora quando all'ultimo anno di liceo il nostro prof di storia e filosofia, fancazzista e sempre malato per finta, stufo di lavorare perché gli mancava poco alla pensione, ci disse che il pezzo dal 1939 al 1945 lo avrebbe saltato perché potevamo guardarcelo su un bigino in quanto erano solo fatti (?).
Fu un piccolo trauma. 
A questo elemento "sintesi-tutto in un tweet" aggiungiamo un effetto "telefono senza filo" e il gioco è fatto.
Comunque dopo tutta questa inutile riflessione, a chi dovesse interessare posso confermare che sono in effetti nipote di mia nonna.
Anzi per precisare di entrambe, anche di quella che la signora non conosceva.

mercoledì 1 ottobre 2014

La bella storia di Gaetano

Una storia bellissima, un papà di Santeramo (Bari) che passa tutta la sua giornata in auto fuori dalla scuola della figlia perché la ragazza è malata e ha bisogno di costante assistenza. Domanda provocatoria: se al posto dell'uomo ci fosse stata la donna, quindi una madre che rinuncia al proprio lavoro per assistere una figlia malata invece del padre, qualcuno si sarebbe accorto della bellezza del gesto? o meglio: qualcuno avrebbe pensato che non è scontato che si debba rinunciare alla propria professione per i figli in caso di malattia? Perché ho in mente casi di genitori in cui la donna ha dovuto rinunciare per un anno a lavorare per assistere la figlia gravemente malata ed è stato dato talmente per scontato, che alla domanda: "perché non l'ha fatto lui?" ero stata pesantamente criticata per una presunta incapacità di comprensione.

Il TFR in busta paga? Una fregatura.

"Meglio un uovo oggi che una gallina domani" si sente dire, ma se le uova non ci fossero più per nessuno poi?
A parte il fatto che:

- il trattamento di fine rapporto matura interessi nel corso degli anni, cosa che non accadrebbe riscuotendo subito
- la tassazione del tfr è diversa da quella dello stipendio, quindi bisognerebbe poi verificare che per volontà o errore non si finisca con un livellamento su una tassazione unica, che poi finisce con l'essere la più alta
- a scadenza di contratto, fa comodo avere un gruzzolo da spendere tutto insieme, anche fossero pochi mesi di lavoro, perché con quei soldi si tira avanti nei mesi tra un contratto e l'altro
- qualora una persona venisse licenziata, il tfr insieme alla buonuscita permette di avere una somma più consistente con cui una persone può almeno valutare di aprire un'attività in proprio, o se si tratta di 20 o 30 anni di lavoro anche magari di estinguere il mutuo.
- per le piccole aziende sostenere questo costo potrebbe tramutarsi in un boomerang, perché dovrebbe indebitarsi per pagare quel poco in più di stipendio, o rinunciare magari ad altri investimenti. Non credo che in un periodo come questo sia sano chiedere alle aziende di rivolgersi sempre più alle banche, un'impresa che vuole stare in piedi da sola non deve aver bisogno delle banche per sopravvivere, è parte di un sistema economico malato che va corretto e che deresponsabilizza gli imprenditori incapaci senza necessariamente andare a premiare quelli capaci.

Detto questo, credo che il problema fondamentale sia che come al solito in Italia fatta la legge, trovato l'inganno, e qui l'inganno a me sembra molto visibile:
un datore di lavoro (per es. nel CCNL metalmeccanico) che sa che pagandoti un 4° livello finisce col darti 60 € in più al mese, il prossimo giovane che assume lo mette al 3° livello invece che al 4°. Punto. E già sappiamo che a molti giovani non è mai concesso il passaggio dal 5° al 6° livello per via di tutti gli anziani precedenti che una volta raggiunti il 6° e 7° livello se ne sono approfittati, lavorando poche ore e non facendo straordinari nonostante quei livelli avessero una grande maggiorazione di circa 200 € di differenza tra il 5° e il 6° prima degli 80 € di Renzi che per fortuna hanno livellato un po' aumentando il 5° e lasciando il 6° così com'è perché il limite dei 26.000 € lordi all'anno cade proprio tra i due.
Ora ci manca solo che i datori di lavoro inizino ad assumere giovani al 3° o al 4° livello, per mansioni talvolta anche molto più utili al fatturato dell'azienda di chi stabile e fancazzista rimane ai piani alti ...