venerdì 15 maggio 2015

#labuonascuola del futuro

L'intervento in aula di ieri dell'on. Roberto Rampi (PD) sul disegno di legge La Buona Scuola:



"Quando parliamo di scuola, parliamo di uno dei nuclei essenziali di una democrazia, perché la conquista della scuola è il primo tassello della conquista della democrazia. L'utopia della democrazia è questa: pensare che i cittadini possano scegliere. Per scegliere devono avere gli strumenti culturali per farlo. Allora io rivendico il diritto di crederci. Lo dico a tutti i colleghi di tutti i gruppi. Credo che il Partito Democratico, che è un grande partito plurale, che contiene tante idee diverse e tante persone e tante culture, abbia investito da anni, come idea centrale, su questo pensiero di democrazia. Ha lavorato per mesi a questo progetto.
   È stato citato quasi da tutti in Aula addirittura un documento, andando a vedere le differenze, se i conti tornavano, se non tornavano. Questo, però, vuol dire che quel progetto esiste, è circolato, è stato discusso non solo in rete, come ha detto qualcuno, anche se non rifugiamo dalla rete. Fa anche un po’ paradosso sentire qualcuno che dice che le consultazioni in rete sarebbero qualche cosa di falso, perché, insomma, sono gli stessi che poi lo fanno un po’ su tutto, ma non fa niente. È stato discusso nelle classi, è stato discusso nelle scuole, è stato discusso nei circoli, è stato discusso nelle assemblee pubbliche, in continui confronti dallo scorso autunno.
  E questa discussione è andata avanti in queste ore, con tutti gli strumenti. Molti di noi sono stati nella scuola l'ultima volta nella breve pausa di questa settimana, perché poi siamo stati qui a lavorare in Commissione anche negli ultimi due fine settimana.
  Perché dico questo? Perché nel merito sono già entrati diversi colleghi del Partito Democratico, cinque ne sono intervenuti oggi, molti ne sono intervenuti in Commissione, molti interverranno nei prossimi giorni: sono donne e uomini che nella scuola hanno giocato tutta la loro vita, come insegnanti, come studenti, come rappresentanti degli studenti, come amministratori locali, come assessori, come madri e padri e come studenti in un certo tempo. E ci credono e credono di star facendo il bene della scuola. Noi possiamo anche sbagliare su questo, però abbiamo il diritto di crederci, abbiamo il diritto di provarci.
  Rispetto alle manifestazioni di questi giorni, noi le guardiamo non solo con rispetto, non solo senza paura, ma anche con una certa ammirazione. È stato detto che gli insegnanti non cedono e difendono la libertà. Io credo che sia così, io so che in quelle piazze c'erano tanti insegnanti che condividono parte di questa riforma, tanti che non ne condividono nulla, altri hanno deciso questa volta, magari per la prima volta, di non scioperare. Noi non crediamo che quegli insegnanti verranno messi in difficoltà se viene chiarito o specificato un potere, una responsabilità di un preside, non lo crediamo.
   Noi non vediamo sceriffi in giro, gli sceriffi piacciono ad altri, non vediamo podestà in giro. Noi vediamo autonomia e responsabilità e persone che finalmente potranno fare la loro parte e rispondere delle scelte che fanno. Questo è il modello a cui crediamo noi. E non vediamo l'ingresso dei privati nella scuola, i famigerati privati. Io vedo un nonno che regala una LIM, come lo ha già fatto oggi, e può detrarre dalle tasse questo investimento che decide di fare. E vedo anche un'impresa che lo può fare e non vedo che questo succederà solo al nord e non vedo che questo succederà solo nelle zone più ricche. Ma anche su questo posso sbagliare.
  Ma dobbiamo parlarci con rispetto in questo. Ho ascoltato tanti colleghi, li ho ascoltati tutti. Si parla molto di ascolto in queste ore, ecco qualche volta l'ascolto dovrebbe anche essere l'ascolto degli altri, non sempre l'ascolto solo dell'eco della propria voce, perché tanti qui dentro hanno parlato di ascolto e sono usciti e non hanno ascoltato nessun altro. Questo diciamocelo, Presidente. Ma fa nulla. Noi vogliamo avanti ad ascoltare, ma vogliamo anche assumerci la responsabilità di decidere e magari di correggere e magari di sbagliare. Sarebbe una sciagura fermarsi.
  Ho sentito che i tempi sono brevi. Io non credo che siano brevi. Noi, appunto, politicamente stiamo discutendo da questo autunno, ma sono settimane che stiamo discutendo in quest'Aula. Abbiamo scelto un disegno di legge che ha permesso di intervenire su tanti elementi, anche aggiungendo molti aspetti, perché non è un decreto-legge quello che abbiamo utilizzato. Qualcuno ha evocato il decreto-legge, il decreto-legge aveva un limite da questo punto di visto.
  Molti hanno detto che sarebbe arrivata la censura, che sarebbe arrivata la tagliola, con tutte queste immagini che si evocano. Non è così. Certo, ci siamo dati dei tempi, perché la democrazia è anche darsi dei tempi, dei tempi per discutere, dei tempi per confrontarsi, dei tempi per comprendere che si hanno idee diverse e dei tempi per decidere che una di queste idee, magari non una sola, prevale.
  Perché dico non una sola? Perché in questo disegno di legge ci sono molte idee del Partito Democratico, ce ne sono molte, ma ce ne sono molte diverse, ce ne sono molte diverse in questa maggioranza, che è una maggioranza composita, fatta da Scelta Civica, fatta da Area Popolare, cioè da realtà che hanno sostenuto idee diverse nella scorsa campagna Pag. 104elettorale. E poi ce ne sono altre che sono state accolte, lo hanno riconosciuto alcuni colleghi in questo dibattito. Molti emendamenti in Commissione sono stati accolti.
  Questo testo è molto cambiato, è molto cambiato, ma non è stato stravolto. Sarebbe grave in democrazia se un testo che entra nel Parlamento come un progetto venisse stravolto. Sarebbe grave in democrazia se un testo entra blindato e non viene più corretto. Questo è quello che è successo in occasione di questo provvedimento.
  Vede – e vado a concludere su questo –, io credo che gli studenti che noi abbiamo ascoltato in questi giorni ci hanno rappresentato alcuni temi.
  Se li si va a vedere uno a uno, questi temi che ci hanno rappresentato, molti sono contenuti in questo disegno di legge; altri sono stimoli per il futuro, ad esempio intervenire di più sul diritto allo studio e, ad esempio, intervenire di più sulla dispersione scolastica. Sono impegni che ci prendiamo. C’è il tema della scuola dell'infanzia e del «Progetto 0-6», un altro impegno che ci prendiamo. C’è anche un grande tema, una vertenza sindacale di natura salariale. C’è una vertenza giusta e importante, ma che non attiene a questo provvedimento. È un'altra questione. Allora, se noi mettiamo tutte queste vicende sul tavolo, noi diciamo che finalmente si è tornati ad investire sulla scuola; che finalmente c’è una scommessa sull'autonomia; che finalmente crediamo di giocare la nostra partita per il futuro. Siamo pronti davvero ad ascoltare e ad ascoltarci e non finisce qui, non finisce domani, non finisce mercoledì quando si voterà in Aula e non finisce neanche quando si voterà in Senato e quando ci saranno i decreti attuativi, ma è un lungo percorso che abbiamo davanti perché questa è davvero una sfida che riguarda le generazioni future e la nostra idea di democrazia."


venerdì 8 maggio 2015

Come mangiare in Expo in modo sostenibile al portafoglio

Una delle maggiori delusioni dei clienti: entrare in Expo convinti di trovarsi di fronte a un percorso sul cibo sostenibile e scoprire che non è affatto sostenibile per il proprio portafoglio. Considerato che alla fiera dell'artigianato ci sono sempre assaggi gratuiti, che il Vinum Alba costa 20 € e dà diritto a una decina di degustazioni di vino, in Vinitaly costa 60 € e si ha la possibilità di degustare vino illimitato. Expo costa per un adulto 39 € uno si aspetta se non degustazioni gratuite ovunque almeno dei prezzi concorrenziali o scontati o pensati nell'ottica per la sostenibilità ... e invece no. Nutriamo il pianeta ma non si mangia noi insomma. Ci troviamo in mezzo a ristoranti di lusso con prezzi da Duomo-San Babila, bioches a € 1,50 (dove altri in Italia le avete viste?), kebab a 7 € e l'unica cosa gratuita sotto il sole è l'acqua potabile da apposite fontanelle/casette dell'acqua. Almeno quella. Portatevi delle bottigliette vuote da riempire perché l'acqua in bottiglia da mezzo litro costa € 1,50 d'asporto e il percorso a piedi tra un padiglione e l'altro è all'aperto e in totale è circa 1 km e mezzo (c'è una navetta gratuita comunque).

Allora per destreggarvi tra decine di padiglioni senza lasciarci tre giornate di lavoro, ecco quello che ho trovato low cost finora:
- Pizza and Food, dietro il padiglione Spagna davanti alla Coop. Al momento l'offerta migliore, pizza Margherita a 4 € e pizza farcita a 5 €, focacce col formaggio e taglieri. 
- padiglione Cile calzoni a 6 €
- Let's toast (blocco F2) toast a 5 €, sembra un furto ma almeno il toast è un po' come un panino
- padiglione Bangladesh antipasti ignoti piccoli a 2 € abbinando anche del riso si rimane su costi contenuti
- padiglione Russia, degustazioni gratuite di cibo e bevande analcoliche in diverse fasce orarie nel corso della giornata
- padiglione Olanda, assaggi gratuiti di formaggio 
- padiglione Francia, stand esterno che prepara bruschette gratuite a base di ottimo formaggio fatto a mano tra le 12.30 e le 14.30 circa
- padiglione Belgio in alcune fasce orarie degustazioni gratuite di cioccolato 
- negozio bio (fermata 6 della navetta) con tutti prodotti biologici ci sono grissini, patatine, barrette di cioccolato e altro volendo a partire a 70 cent, non sono pasti completi ma tamponano intanto che vagate sotto il sole alla ricerca di altro. Da segnalare che al negozio bio sono presenti anche prodotti senza glutine.


Aggiornerò man mano con le nuove scoperte.Vi segnalo anche al padiglione Qatar la possibilità di farsi fare gratuitamente tatuaggi all'hennè. Non c'entra col cibo ma ve lo dico comunque.
Intanto vi suggerisco un sito web: Zomato , che ha messo a disposizione un'utilissima app per individuare ristoranti in base al prezzo, l'app è disponibile per android, apple e anche nokia e ha una sezione specifica per Expo.

sabato 2 maggio 2015

Impariamo a dire no alla violenza ... prima che esploda

Facile disconoscere la violenza quando si fa esplicita, quando diventa distruzione, parole da allucinati come quelle ascoltate oggi in bocca ad alcuni manifestanti. Facile esprimere sempre solidarietà con le vittime di qualcosa, proprio in quanto vittime. Guardiamo schifati i giovani arrabbiati col sistema come non fossero roba nostra, come fossero un problema di un'altra società, di una comunità di cui non ci sentiamo parte. E invece non è così: siamo sempre noi, italiani, europei, uomini o donne, giovani o vecchi. Le storie che abbiamo raccontato ai bambini, i miti che abbiamo creato, il più forte che vincerà a prescindere e il rilievo dato alle manifestazioni violente, la scia di polemiche che sempre ne segue e la farsa di tutte le belle facce che si dissociano una dopo l'altra. Non mi dissocio, vorrei capire. Quali sono le domande, le risposte, perché sono state scelte queste modalità comunicative. Come prevenire la violenza in ogni sua forma non solo in quella più evidente ma agli albori, senza mai assuefarsi ad essa. Come imparare a coltivare rose e non baobab, per dirla con il Piccolo Principe. Forse trovando un dialogo prima, molto prima, anni prima. Forse non ritenendosi sempre e solo più forti o più deboli ma provando invece ad analizzare le cause che fanno sì che alcune persone non trovando risposte in un certo sistema non trovano una via d'uscita dal sistema, un modo di vivere alternativo, una strada sostenibile per la società per essere se stessi. 
Provando a chiedersi chi ha fatto sì che in un'esposizione universale in cui si parla di alimentazione e di sostenibilità ci fossero Mac Donald in versione gigante e la Coca Cola come sponsor, se non c'era insomma un modo diverso di costruire questo progetto - nelle intenzioni bellissimo - oggi ancora disorganizzato, con personale a random che non sapeva dove andare, autisti della navetta che non conoscono il loro stesso percorso e con i monitor non funzionanti, guardie all'ingresso che non fanno passare i dipendenti perché non sanno bene quali sono nè da chi siano assunti, mappe dubbie - il people mover cioè la navetta interna sulla mappa pare essere esterna, anche a giudicare dal quantitativo di persone che la attendono a delle fermate fantasma - annunci del treno che porta a Rho Fiera in inglese raffazzonato,  insomma un cantiere ancora aperto. Quindi i ritardi tutti giustificati anche se non si sa bene dovuti a cosa, il cibo fast food passato come esempio di cibo da esporre, come modello, e nessuno nei sette anni precedenti ad oggi ha pensato di prevenire in qualche modo determinati comportamenti violenti ... rimango perplessa. 
In un dialogo si ascolta l'altro. Siamo sicuri che quando qualcuno ci parla di cibo a chilometro zero, di agricoltura biodinamica, di prodotti sostenibili, li stiamo davvero ascoltando? Per me cibo sostenibile è comprare il miele dall'agricoltore, andare a mangiare in un agriturismo, verificare l'origine dei prodotti e se possibile le condizioni di lavoro di chi produce (marche di caffè e tè che permettono di sapere dove si trovano le piantagioni da cui si riforniscono), ragionare se abbia un senso comprare tutti acqua minerale invece di bere quella del rubinetto sapendo che le multinazioni dell'acqua stanno cercando di creare un business e che questo potrebbe portare a morire di sete intere popolazioni in altre parti del mondo. Comprare mele direttamente dal coltivatore, scegliere uova di galline allevate all'aperto, evitare gli imballi di plastica o se non possibile differenziale nei rifiuti tutte le parti dell'imballo pensando che ogni gesto che io faccio non è solo mio ma per capirne l'impatto va moltiplicato per un numero di consumatori a 9 zeri. Sì vale anche per le bellissime bustine di carta che contengono il tè e che tutti buttano nel secco invece che nella carta. 
Mi chiedo se gli organizzatori di Expo abbiano ascoltato chi voleva magari esporre concretamente un modo di alimentarsi sostenibile, valutando e confrontando le diverse idee di alimentazione, ripensando al nutrimento e alla terra non come business o sfruttamente ma come fonte di vita in continua evoluzione sulle basi di ciò che seminiamo. 
E mi chiedo se ci sia stata la volontà in fase di organizzazione di far sì che fosse un'occasione per tutti, ricchi e poveri, italiani e stranieri, giovani e meno giovani, di costruire un nuovo modo di raccontare l'alimentazione in previsione di un futuro con un po' di crisi sì ma con cittadini più consapevoli. Ecco perché se il percorso è stato sinceramente e autenticamente costruito con l'intenzione di essere diretto al cittadino, è un peccato che ci siano dei giovani arrabbiati che non sono stati coinvolti per tempo, ma se è stato costruito per essere diretto al consumatore, allora è perfettamente normale e fa parte dei ruoli sociali che l'antagonismo si esprima in modalità anche non condivisibili.

lunedì 27 aprile 2015

#casomicron lavoratori in sciopero

Il giorno 24 aprile presso Confindustria Monza e Brianza si è tenuto, tra la Direzione aziendale Micron, il Coordinamento nazionale delle RSU Micron, le segreterie territoriali e nazionali di Fim, Fiom e Uilm, l'incontro nazionale di verifica trimestrale sull'accordo di CIGS dell'azienda Micron.
La Direzione aziendale ha fatto il punto sul numero degli esuberi rimanenti, che ad oggi risultano essere ancora 17, di cui 14 a Vimercate, 2 ad Arzano e 1 a Catania.
La Direzione di Micron ha comunicato l'uscita volontaria di un esubero a Vimercate e la ricollocazione di una persona da Arzano a Vimercate. Inoltre la D.A. ha annunciato la possibilità di un ulteriore recupero interno, senza specificare la localizzazione.
Inoltre, l'azienda ha illustrato le azioni finalizzate alla ricollocazione esterna degli esuberi rimanenti, mettendo in luce  la mancata adesione all'outplacement da parte di molte lavoratrici e lavoratori. Il giudizio espresso dalle Organizzazioni sindacali sulle azioni di ricollocazione è stato assolutamente negativo, e anche l'utilizzo strumentale della mancata adesione all'outpalcement è stato ampiamente motivato.
È stata espressa la necessità di prolungare, fino al totale azzeramento degli esuberi, l'utilizzo degli ammortizzatori sociali, in modo da consentire un percorso di ricollocazione interna ed esterna per tutti.
La direzione aziendale, nonostante la disponibilità data, ha annunciato che la settimana prossima aprirà la procedura di licenziamento collettivo per le 17 posizioni ancora in esubero. Le Organizzazioni Sindacali e le RSU hanno espresso la loro netta contrarietà verso la decisione aziendale, e hanno chiesto all'azienda un ripensamento.
Al termine dell'incontro l'azienda ha però confermato che la prossima settimana, secondo il mandato del Board della multinazionale americana, procederà all'apertura della procedura di licenziamento collettivo.  In risposta alla decisione unilaterale dell'azienda, le Organizzazioni Sindacali hanno deciso di dare avvio ad un percorso di mobilitazione contro la scelta aziendale. 
Le Organizzazioni Sindacali Nazionali e il coordinamento delle RSU Micron chiedono l'immediata convocazione delle parti presso il Ministero dello Sviluppo Economico. Per dare corso agli impegni presi di soluzione positiva della vertenza è necessario che intervengano immediatamente sia il Ministero dello Sviluppo Economico sia la Presidenza del Consiglio.
Per queste ragioni, in tutti i siti Micron, viene proclamato lo sciopero nazionale di 8 ore per la giornata di giovedì 30 aprile, dalle ore 8.00 alle ore 17.00.

(Comunicato stampa)

mercoledì 22 aprile 2015

Monza e Brianza: contenere i tagli previsti per il 2015

Monza e Brianza



Missione del Presidente Ponti a Roma per contenere il taglio di 19 milioni sul bilancio 2015




Dopo l’incontro con il Sottosegretario Pierapaolo Baretta dello
scorso venerdì nella sede provinciale di Monza, si è svolta nella
giornata di ieri la missione della Provincia a Roma per scongiurare il
taglio di oltre 19 milioni sul bilancio 2015.

Un taglio ingiusto – aveva spiegato il Presidente Gigi Ponti – che
supera il 30% della nostra spesa e non tiene conto del fatto che MB è
una Provincia giovane, costituita solo nel 2009: pertanto, rispetto ad
altre, deve far fronte ai mutui ereditati dallo scorporo, provvedere
alla propria dotazione infrastrutturale tra cui la costruzione della
sede, con evidenti ripercussioni sul patto di stabilità interno
”.

Così questa mattina, la delegazione della Provincia composta dal Presidente, dal Vicepresidente Roberto Invernizzi e dal Direttore Generale Erminia Zoppè
è stata ricevuta dai vertici e dai tecnici del SOSE, la società creata
dal Ministero dell'Economia e delle Finanze e dalla Banca d'Italia
specializzata in studi di settore: durante l’incontro sono stati
approfondite le voci del bilancio MB “incomprimibili” che rappresentano
servizi per i cittadini, tra cui le manutenzioni degli edifici
scolastici, mentre altri capitoli sono stati meglio analizzati e
ricollocati nelle schede tecniche elaborate dalla Società.
“E’ stato un incontro proficuo – ha detto Ponti – che
ci ha consentito di illustrare la realtà della Brianza con tutti i suoi
primati di efficienza: grazie alla disponibilità dei tecnici potremo
ripresentare le schede che riguardano la nostra Provincia, con un
maggiore dettaglio sulle manutenzioni programmate, sugli interessi e
sulla realtà economica del territorio. Parametri questi che, se rivisti,
potrebbero far rientrare nelle casse dell’Ente risorse pari ad almeno
5-7 milioni di Euro
”.
Ponti ha ricordato la difficoltà di
raggiungere equilibri di bilancio sostenibili per le Province anche
durante il successivo incontro in agenda con l’On. Paola De Micheli, Sottosegretario all’Economia, illustrando quanto la “spending review” sia sempre più asfissiante per gli Enti Locali.
Agli incontri odierni ha partecipato anche l’On. Roberto Rampi che si è impegnato a seguire l’evolversi della situazione.

Non si tratta di difendere rendite di posizione - ha ribadito il Presidente – questi
tagli ormai mettono a serio rischio i servizi ai cittadini: strade,
scuole, trasporto pubblico che sono funzioni assegnate proprio alle
Province dalla Legge!
”.

giovedì 16 aprile 2015

#menogiornalimenoliberi una campagna per un'informazione plurale

Una campagna per la libertà di informazione e il pluralismo delle idee #menogiornalimenoliberi.
Un messaggio chiaro: l'informazione non è un prodotto qualsiasi e non può essere in balia del mercato. Una petizione su Change (qui) che ha raccolto già più di 4000 firme e il sostegno di giornalisti e scrittori che ci hanno messo la faccia, sostenendo con convinzione che la costruzione della democrazia passi anche attraverso la vera possibilità di esprimersi, per tutti, anche per le voci fuori dal coro.
Ecco la richiesta a difesa dei giornali e delle riviste no profit: 
"Circa 200 testate di giornali, gestite da cooperative e associazioni, tutte no profit, rischiano oggi, se non interverranno il Governo e il Parlamento con misure urgenti e adeguate, la definitiva chiusura.
Una chiusura che sarebbe di straordinaria gravità per un Paese democratico.
  • Senza questi giornali l'informazione italiana sarebbe in mano a pochi grandi gruppi editoriali e in molte Regioni e Comuni rimarrebbe un unico soggetto, monopolista di fatto, dell'informazione locale e regionale;
  • Senza questi giornali, impegnati da sempre a narrare e confrontare con voce indipendente esperienze, testimonianze, inchieste connesse a specifiche aree di aggregazione sociale e culturale e ad affrontare con coraggio tematiche di particolare rilevanza a livello nazionale, l'informazione italiana perderebbe una parte indispensabile delle proprie esperienze plurali.
Le conseguenze sociali ed economiche di queste chiusure?
  • Perdita di più di 200 voci libere dell’informazione, in tutta Italia;
  • perdita di 3.000 posti di lavoro tra giornalisti e poligrafici, con una forte ricaduta negativa per l’indotto (tipografi, giornalai, distributori, trasportatori) e per  le economie locali nel loro complesso;
  • 300 milioni in meno di copie di giornali distribuite ogni anno in Italia;
  • 500 mila pagine di informazione in meno ogni anno;
  • milioni di articoli, post, blog... in meno, ogni anno.
Inoltre, per lo Stato:
  • aumento dei costi per gli ammortizzatori sociali per i lavoratori dipendenti;
  • minori entrate fiscali. 
Si può dimostrare che, in caso di chiusura di tante testate, i costi per lo Stato sarebbero largamente superiori  al valore delle somme necessarie per adeguare il Fondo per il contributo diretto all’Editoria al fabbisogno effettivo, individuabile per il 2015 in circa 90 milioni di euro.
La Carta fondamentale dei Diritti dell’Unione Europea impegna ogni Paese a promuovere e garantire la libertà di espressione e di informazione:
Lo Stato Italiano risulta oggi, però, agli ultimi posti in Europa per l’investimento pro capite a sostegno del pluralismo dell’informazione. L’investimento attuale è, infatti, pari ad una percentuale irrisoria  del Bilancio dello Stato."

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mercoledì 15 aprile 2015

Paulo Coelho - Il Diavolo e la Signorina Prym



Un romanzo di Paulo Coelho che ci racconta un eterno conflitto dell'umanità ma prima ancora dell’anima di ciascuno.
“L’uomo ha bisogno di quello che ha in sé di peggiore, per raggiungere ciò che di migliore esiste in lui”
Un incontro scontro, teso e surreale fin dal primo contatto, quello tra Chantal Prym, cameriera in un albergo di Viscos, un paesino di montagna dimenticato dall’evolversi frenetico della civiltà, e uno straniero alla ricerca di risposte introvabili e pronto a usare la piccola comunità per un suo esperimento sociologico e filosofico al tempo stesso.
Un piccolo mondo pieno di volti tipici e volutamente monotoni, stereotipati nei loro ruoli, desiderosi di routine e certezze, che viene sconvolto dall’arrivo di un uomo particolare, che ha fatto della sua sofferenza di vita una sfida col mondo e che sa subito stare simpatico a tutti. Loquace, racconta storie di mondi lontani e sconosciuti agli anziani del paesino e coinvolge la giovane Chantal in un piano più grande di lei e di lui stesso, che rischia di sfuggire di mano più volte.  La richiesta di infrangere dei comandamenti radicati nella collettività, di mettere alla prova i suoi concittadini in una sfida estrema tra il bene e il male.
Sfida che diventa a tratti scommessa con se stessi e che si compie nella mente di Chantal prima – eccessivamente fiduciosa e convinta della bontà delle uniche persone in mezzo a cui era cresciuta, spaventata dallo straniero ma sua complice e tramite - e nel comportamento di un’intera comunità divisa tra il desiderio di non fare nulla e di non essere disturbati nella propria quiete dalla sfida posta da quell'estraneo tramite la giovane donna e il bisogno di cambiare, di cogliere le occasioni, di migliorare ma pur sempre eseguendo gli ordini del sindaco o del prete. Una comunità che Chantal aveva riconosciuto come propria e che improvvisamente si disvela pronta a sacrificare un capro espiatorio al dio denaro.
Una storia sulla forza incredibile che ciascun essere umano ha dentro di sé, la possibilità di scegliere tra ciò che è bene e ciò che è male, il conflitto continuo tra l’angelo e il demone. Un conflitto che viene portato fino all’estremo e si fa risposta per entrambi, per lo straniero che finalmente quieta i suoi dubbi e spegne il lato demoniaco che lo guida da tempo e per Chantal che trova attraverso la propria esperienza diretta il significato profondo della responsabilità e della trasformazione.

giovedì 9 aprile 2015

Che cosa mi piace della politica?

Sicuramente scrivo qualcosa in controtendenza, visto che l'antipolitica va di moda. Ma credo sia invece fondamentale proprio perché l'antipolitica va di moda riuscire a ragionare sulle motivazioni e provare invece a credere nella speranza. E' facile dare spazio alla rabbia in tempo di crisi. Facile pensare sempre che gli altri siano i disonesti, e far leva sulle debolezze. Che è quello che sta facendo una certa parte - anche troppo ampia - della politica italiana e non solo. Una specie di ritorno al primitivo, una rinuncia al ragionamento perché troppo complesso, e una maggioranza che segue la via facile proposta da chi sembra avere tutte le risposte: l'immigrato cattivo, il lavoratore onesto, il pensionato ingiustamente povero, l'imprenditore evasore, e il cittadino per bene che se si sente descritto come tale si sente rappresentato. Ma quale cittadino per bene, quello che ha diritto a tutto anche a non ragionare prima di scegliere semplicemente ... perché è nato italiano?
Ma quale politico può definirsi un buon amministratore e rappresentante del popolo se pensa di avere la verità in tasca? 
Premesso che io sento di avere un'identità più europea che italiana, ma non ci sto. Non credo che "rappresentare" la rabbia sia una risposta convincente, non credo che possa portare a qualcosa di costruttivo né per il nostro Paese né più in generale per l'evoluzione della nostra civiltà europea.
La concretezza della speranza, questo è quello che deve saper portare avanti la politica. La buona politica. La concretezza delle scelte quotidiane, delle piccole battaglie su apparentemente piccoli temi che però per alcuni sono grandi temi. I risultati ottenuti con il lavoro costante, con il dialogo con i sindacati, con i lavoratori, uno ad uno. La scelta di provare a capire sempre l'altro, e prima ancora la scelta di ascoltare l'altro per poterlo capire. Qualcosa da cui un buon politico non può prescindere mai, questa è la politica che mi piace. La fiducia reciproca che fa sì che solo insieme si possa sempre trovare una strada da percorrere, non necessariamente un nemico da sconfiggere. Purtroppo l'umore che va per la maggiore di questi tempi non prevede strade da percorrere ma presunti nemici da sconfiggere perché diversi, e questo mi preoccupa assai.

mercoledì 18 marzo 2015

Intervista di Radio Radicale a Roberto Rampi sull'intergruppo parlamentare per la legalizzazione delle droghe leggere

Riporto la prima parte dell'intervista dell'on. Rampi a Radio Radicale sul tema della liberalizzazione della cannabis. Un dibattito aperto sempre più libero e trasversale su un tema che dovrebbe smettere di essere un tabù per poter essere affrontato appieno. 

Lanfranco Palazzolo: Lei onorevole Rampi ha aderito all’intergruppo di Benedetto Della Vedova per la liberalizzazione della cannabis. Per quale ragione e perché ritiene che i tempi siano maturi per portare con maggiore convinzione questa battaglia in Parlamento dopo la relazione della direzione nazionale antimafia?

Roberto Rampi: Intanto perché sono da sempre un convinto antiproibizionista e questo è anche uno dei motivi della mia adesione al Partito Radicale Transnazionale. Sono convinto che il proibizionismo non funzioni, e sono convinto - come scrive anche Della Vedova nell’appello - che oggi di fatto ci sia già la droga libera in Italia, il problema è che questa droga è illegalmente libera e quindi non c’è niente di peggio che poter trovare la droga ovunque alimentando però così il mercato della criminalità e tra l’altro non lavorando sulla consapevolezza dei consumatori. Un aspetto positivo di una legalizzazione che si sottovaluta sempre è che nella legalità si può lavorare alla consapevolezza e quindi anche alla comprensione di quali sono i rischi, i pericoli e i limiti rispetto al consumo anche delle droghe cosiddette leggere – che poi insomma è anche una definizione un po’ particolare – parliamo giustamente di cannabis e di derivati dall’hashish etc.

Lanfranco Palazzolo: Lei ritiene che il dibattito che si è svolto nelle singole Regioni sull’uso terapeutico della cannabis possa in qualche modo aver sdoganato più ampiamente il dibattito?

Roberto Rampi: Sicuramente culturalmente c’è maggior predisposizione rispetto all’uso terapeutico, io tra l’altro su questo ho fatto anche un’interrogazione al Governo. Io penso che il tema sia più generale, tra l’altro credo che riguardi in particolare le persone più giovani. Ho sempre sostenuto questo e ne sono profondamente convinto proprio dal punto di vista culturale: se si torna a parlare di droghe, se si elimina il tabù del parlare di droghe e allora anche in una famiglia si riuscirà a capire quali sono i fenomeni che accadono e si potrà aiutare i nostri ragazzi in un momento di passaggio dove il tabù esercita anche una grande funzione attrattiva. Ecco la normalizzazione del tabù può anche fare in modo che le cose funzionino meglio.
Lo dico sinceramente: io sono convinto che siamo avanti ma sono un po’ meno ottimista di alcune cose che ho letto, nel senso che le prime adesioni sono significative se pensiamo al passato, però i numeri sono ancora molto bassi ecco.

Lanfranco Palazzolo: Ritiene che questa battaglia debba partire proprio dall’interno del Partito Democratico o pensa che si trasformerà nella solita bolla di sapone?

Roberto Rampi: Sono una persona paziente. Sono convinto che ci siano delle novità significative e che in questi mesi si siano fatti dei passi avanti – la riunione di lunedì sui diritti civili, poi vedremo l’esito – però dentro al Partito Democratico si sta finalmente discutendo apertamente di temi che solo qualche anno fa sembrava impossibile che nel PD si potessero discutere. E quindi penso che su tematiche come l’eutanasia o come la legalizzazione delle droghe leggere forse i tempi iniziano ad essere maturi almeno per un dibattito franco e concreto che metta in discussione tutti. So che i colleghi e le colleghe della Commissione Politiche Sociali su questo hanno fatto un bel lavoro e c’è una convinzione molto ampia. 

mercoledì 21 gennaio 2015

La rivoluzione della passione

"Scegli un lavoro che ti piace e non lavorerai neanche un giorno in tutta la vita"
- Confucio -
Sembra un ossimoro in tempo di crisi, ma credo che la passione sia la chiave per cambiare la propria vita. Fare cose che piacciono, e costruire un percorso. Trovare sentieri, strade, alternative. Impegnarsi in quello in cui si crede, è l'essenza della vita, dà carica e la possibilità di rinnovarsi sempre, la forza di non perdere mai la voglia di fare, di superare gli ostacoli che si frappongono fra voi e gli obiettivi, in genere piccoli e in continuo cambiamento, che vi ponete ogni giorno.
Non uscire mai dalla complessità cercando semplificazioni, anche se apparentemente c'è un'uscita. Non uscire dalle difficoltà cercando la via facile, la scorciatoia, ma appassionarsi nella ricerca di mezzi per superare gli ostacoli, che affrontati uno ad uno vi sembreranno più piccoli. Non cercare mai un'illusoria stabilità per cercare di opporsi al cambiamento, e non rinunciare mai alla passione.
Qualunque cosa vi piaccia fare, farlo bene e migliorarsi perché sia fatto al meglio. Credo che una vita possa definirsi piena se vissuta così, con la carica e l'entusiasmo di chi fa qualunque cosa in modo spontaneo come respirare, come mangiare, e come quando respira o mangia arriva a pensare che il suo lavoro è parte di sé, che non c'è un tempo lavorativo e un tempo libero ma c'è un tempo che ognuno di noi occupa dando il massimo per cogliere l'essenza della sua vita. In modo assolutamente soggettivo e diverso da persona a persona, ma con la base comune di non voler buttare via neanche un minuto della propria vita.

venerdì 16 gennaio 2015

Perché Greta e Vanessa erano in Siria: la risposta alla domanda di tutti voi

La risposta alla domanda di tutti i banali superficiali che vedono nell'entusiasmo giovanile una difetto da correggere ... magari tutto il mondo fosse così.
Cosa erano andate a fare Greta e Vanessa in Siria?

Ecco il resoconto dopo la prima missione, scritto dalla ragazze nell’aprile del 2014 e pubblicato su Facebook:

Missione di sopralluogo : il progetto nasce dopo un sopralluogo effettuato nel mese di marzo da Roberto Andervill, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo attiviste per la Siria. Atterrati in Turchia, siamo stati accompagnati da una guida siriana nella sua terra, di preciso nelle zone rurali di Idlib, a sud ovest rispetto ad Aleppo. Durante questa prima visita si è cercato di instaurare un primo rapporto con la popolazione locale , al fine di capire le vere necessità e visitare i luoghi coinvolti nel progetto. In particolar modo sono stati visitati i due centri di primo soccorso di B. e H., dove c’è stata la possibilità di rilevare le principali problematiche nell’ambito dell’assistenza medica: carenza di personale adatto e di materiale essenziale per condurre assistenza sanitaria di base e di emergenza. Durante questa missione siamo stati sempre accompagnati e scortati da personale locale, con un alto grado di sicurezza.
In collaborazione con il personale medico presente sul posto si è deciso di attivarsi al fine di perseguire due specifici obiettivi:
1. Attivare un corso base di primo soccorso e rifornire alcune aree di kit di emergenza di primo soccorso corredati di tutto il materiale occorrente.
2. Garantire ai pazienti malati di patologie croniche di accedere alle giuste terapie rispettando i tempi, dosi e qualità dei farmaci.

Il nostro Progetto si compone così di due parti distinte che verranno portate avanti sia in maniera separata e sia in parallelo, a seconda delle esigenze contingenti in loco. 
La ragione del Primo Obiettivo nasce dall’aver riscontrato nelle zone in questione che chi si occupa dell’assistenza medica lo fa spesso senza il materiale adatto a specifiche modalità di intervento, anche se ricevono materiale sanitario da parecchie organizzazioni. Tuttavia, essendo aree in cui sono migrate moltissime persone provenienti dalla città, gli aiuti non bastano. Il nostro obiettivo è diffondere le nozioni di base del primo soccorso per permettere a coloro che si impegnano volontariamente nel soccorso dei feriti di aiutare nel migliore dei modi, oltre a fornire il materiale necessario. Insegnando loro le tecniche principali, otterremo delle persone più competenti, ci saranno minori errori nel soccorso, ci sarà maggior risparmio di materiale e la qualità dell’assistenza aumenterà. Il nostro principale obiettivo è rendere queste aree autonome laddove è possibile.
Per quanto riguarda il Secondo Obiettivo, abbiamo considerato le condizioni delle aree interessate, le quali non ricevono un rifornimento di medicinali costante e di conseguenza le persone che soffrono di patologie croniche non hanno la possibilità di accedere a terapie, a causa della mancanza di medicinali appropriati. Durante la missione abbiamo avuto la possibilità di vedere persone con casi clinici molto rari, alla cui base ci sono malattie mortali, per cui è necessario un intervento tempestivo e costante. Inoltre, a causa della mancanza di strumenti di diagnosi, si è impossibilitati a riconoscere le patologie basandosi su dati scientifici. Questo comporta una qualità di assistenza molto bassa.
In accordo con il personale del posto abbiamo deciso di disporre la zona di un medico italiano che lavorerà, a breve termine, in collaborazione con il personale locale al fine di inserire i pazienti in un programma. Quest’ultimo permetterà di avere una lista delle persone che necessitano di precise terapie e garantire loro la possibilità di curarsi nel migliore dei modi.
Dopo aver avviato il servizio il personale medico locale garantirà la continuità dell’assistenza mirata.
E per chi dice che erano delle sprovvedute, un breve riepilogo del loro percorso (che mai ne renderà tutta la complessità è chiaro che sono consapevole che è riduttivo):

Vanessa Marzullo, 21 anni, di Bergamo. Studentessa di Mediazione Linguistica e Culturale, curriculum Attivita' Internazionali e Multiculturali - lingue: Arabo e Inglese. Volontaria presso Organizzazione Internazionale di Soccorso. Dal 2012 si dedica alla Siria, dalla diffusione di notizie tramite blog e social networks all'organizzazione di manifestazioni ed eventi in sostegno del popolo siriano in rivolta. Questo culmina nell’organizzazione e nella nascita del Progetto “Assistenza Sanitaria in Siria”.

Greta Ramelli, 20 anni, di Varese, studentessa di Scienze Infermieristiche. Diplomata al liceo linguistico Rosetum dove ha studiato inglese, spagnolo e tedesco. Volontaria presso Organizzazione Internazionale di Soccorso, operatrice pronto soccorso trasporto infermi e nel settore emergenza (livello operativo). Nel maggio 2011 trascorre 4 mesi in Zambia nelle zone di Chipata e Chikowa lavorando come volontaria presso 3 centri nutrizionali per malati di AIDS, incluso alcune settimane presso le missioni dei padri comboniani. Nel dicembre 2012 ha trascorso tre settimane a Calcutta, India, dove ha svolto volontariato presso la struttura Kalighat delle suore missionarie della carità e ha visitato progetti di assistenza alla popolazione indiana presente negli slums. Attualmente si occupa principalmente di Siria, sia per quanto riguarda l'accoglienza profughi insieme ad altri volontari, sia per attivismo e per aiuti umanitari. Al momento collabora con il Comitato S.O.S. Siria di Varese, l’Associazione delle Comunità Arabe Siriane e IPSIA Varese nel progetto “Assistenza Sanitaria in Siria”.

giovedì 15 gennaio 2015

Greta e Vanessa libere

Più amore per tutti. Il messaggio che Greta e Vanessa hanno portato con sè durante il loro viaggio in Siria, un messaggio di speranza e pace. Un impegno dell'Italia a riportarle a casa, e oggi sono finalmente libere.
Una scelta di vita quella di essere volontarie, come tante altre persone che hanno scelto di dedicare la propria vita agli altri. Purtroppo queste persone non vedono mai riconosciuto il loro valore tanto quanto chi, per esempio, sceglie di fare il militare per professione, perché così avrà una paga più alta e potrà viaggiare a spese dello Stato. A quanto pare fare una scelta militare, ovvero fare anni di addestramento per imparare a sparare e formarsi per affrontare la violenza umana in modo violento, merita un qualche rispetto da parte delle persone più ottuse. Se uno poi va all'estero per lavoro, pare che la colpa sia dell'azienda.  Evidentemente solo gente che non ha mai lavorato nella vita o che non ha mai avuto un minimo di gusto per la sfida può ritenere che andare in trasferta sia un obbligo. In genere è frutto di mesi o anni di fatiche, contrattazioni, guadagnarsi ruoli che si possono perdere un attimo se il collega ti pesta i piedi, ore di straordinari per arrivare lì. Perché la sfida quotidiana ti piace, se no ti eri già arreso dopo qualche anno dicendo: "è stato bello, ma adesso mi dedico ad altro". Perché in nessun lavoro viaggiare è un obbligo, ma i lavori più belli e più stimolanti per le persone appassionate prevedono la conoscenza del resto del mondo e non la chiusura.
Detto questo, se uno va all'estero per portare cibo e vestiti merita tutto il rispetto del nostro Paese. Forse, visto che viviamo per il dio denaro, non si può pretendere che meritino più rispetto di chi all'estero ci va per portare merci, ma almeno lo stesso rispetto. Quindi sì, dopo tutte le critiche, due splendide giovani donne sono vive e tornano a casa libere e l'Italia non può che essere orgogliosa di loro. Perché hanno viaggiato portando pace e amore e aiuto a chi era più in difficoltà.
Tra l'altro trovo alquanto incredibile che le critiche alla loro scelta di essere volontarie in un Paese di guerra arrivino spesso dalle stesse persone a cui ho sentito dire che i profughi non possono venire tutti qui ma dobbiamo "aiutarli a casa loro". Immagino che dalla comodità del loro divano dovremo ascoltare anche come secondo loro queste persone dovrebbero essere aiutate, se non in modo concreto. 

lunedì 12 gennaio 2015

La funzione della scuola e la scarsa lungimiranza di persone senza strumenti

In una scuola in Veneto un professore assegna un tema: "Persuadi il tuo compagno leghista che l'immigrazione non è un problema ma una risorsa" e la Lega ovviamente scatena polemiche strumentali.
Un'incredibile incapacità dei genitori dei ragazzi coinvolti di vedere il futuro, di guardare al potenziale che questa giovane generazione può avere di invertire la rotta.
Come rivela la storia del ragazzo bresciano fuggito per andare a combattere in Siria, ripresa giovedì sera da un servizio di La7, molti ragazzi prima di andare a combattere erano persone semplici, magari povere e provenienti da famiglie che non avevano particolari capacità educative, ma persone che avevano tutto il potenziale per diventare buoni cittadini. Il bullismo, la discriminazione, l'essere abbandonati a se stessi ha creato in loro un bisogno di riconoscimento. La scuola ha una funzione educativa, di creare cittadinanza, di educare a essere parte di una comunità, non di una famiglia. Non smetterò mai di ripetere un concetto a me caro, in Italia siamo troppo famiglia e troppo poco cittadini. E' un problema culturale anche nostro, non solo dell'Islam.
All'interno di una classe è necessario che ci sia la possibilità per tutti di essere parte di una squadra, di essere potenzialmente in futuro parte attiva nella società allo stesso modo. Ma come in una squadra, il giocatore che viene deriso o lasciato in panchina, finirà per essere venduto ad un'altra squadra che lo saprà valorizzare. Mettere tutte le intelligenze al servizio di un bene comune non è di destra o di sinitra e prescinde dall'opinione personale di un adulto sull'islam, sia esso l'insegnante o il genitore.
Cito un pezzo di un articolo di Vito Mancuso pubblicato un paio di giorni fa:
"Ieri accompagnando mia figlia a scuola pensavo che in classe avrebbe trovato un compagno di fede musulmana e mi chiedevo con che occhi l’avrebbe guardato e con che occhi l’avrebbero guardato gli altri studenti. La disposizione dello sguardo dei figli dipende molto dallo sguardo e dalle parole degli adulti. Ma ora qualcuno provi a pensare di essere un musulmano quindicenne che ogni giorno si sente addosso sguardi diffidenti e rancorosi, e immagini che cosa finirebbe per pensare dell’occidente. (...) Siccome il terrorismo islamico purtroppo c’è ed è in crescita nel cuore stesso dell’Europa, spetta a ognuno di noi decidere se trasformare ogni musulmano in un nemico e in un potenziale terrorista oppure no. E tutto procede da come parliamo dell’Islam e da come guardiamo i musulmani."
Un importante insegnamento per genitori, insegnanti e politici locali pronti a improvvisarsi analisti esperti in politica estera, magari dopo essere andati in vacanza a Jesolo da sempre e non aver neanche mai messo piede fuori dall'Italia se non per un comodo all inclusive, pronti a trasmettere ai figli come "educativa" un'opinione da bar che è giusto che sia espressa al bar, ma che non può diventare linea guida di un approccio al diverso di un'intera società. Nella fase di crescita il ragazzo si sta formando come cittadino, come parte di un sistema Paese, come futuro lavoratore e come persona che nel suo complesso può scegliere di contribuire allo sviluppo della società stessa o alla sua distruzione. La libertà è anche questo: osservare la propria società, decidere se e come farne parte e fino a che punto contribuire a cosa.
La scuola e tutti le occasioni di socializzazione per bambini e adolescenti hanno quindi un compito molto arduo: far sì che lo sguardo di un bambino verso l'altro si mantenga quanto più a lungo possibile, e che l'approccio alla conoscenza e al gusto della scoperta non sia rovinato già in giovane età con l'introduzione di preconcetti che poi sono ovviamente duri a morire in età adulta.
Non far nascere quel preconcetto nelle nuove generazioni è una responsabilità di tutti perché domani non ci siano persone musulmane, uomini o donne che siano, che finiscono col scegliere la famiglia, la moschea, o chiunque li accolga e li indottrini come "meglio" rispetto a una società che non ha saputo trovargli un posto e dialogare con loro per anni.  

sabato 10 gennaio 2015

Esportare merci non è esportare ideali

Abbiamo esportato merci, per decenni, e creato rapporti commerciali con le altre culture per secoli.
Non ci siamo mai posti il problema se, in nome del business, fosse lecito fare affari con chi non sa rispettare le donne, con chi sfrutta gli essere umani. Anzi, spesso abbiamo esportato la produzione in Paesi dove già sappiamo che i diritti dei lavoratori non vengono rispettati, e non abbiamo fatto nulla per portarglielo.
Le nostre "liberté, égalité, fraternité a quanto pare dovevano essere valide solo per noi Europei, con un tacito consenso che altrove non dovessero necessariamente avere lo stesso significato.
Però abbiamo sostenuto la globalizzazione delle merci, dei servizi, del turismo. I prodotti possono circolare perché creano denaro, le persone non ci piacciono perché portano idee. Il che sarebbe bellissimo se dalle idee ne uscisse un incontro, un arricchimento, ma evidentemente era troppo faticoso. Mandare una mail predefinita, timbrare bolle doganali, fare trattative per il gusto personale di sfida che aumenta l'ego e l'autostima, guadagnare soldi per comprare altri prodotti sono evidentemente elementi sufficienti a spingerci a correre, darsi da fare 10 ore al giorno, creare quintali di rifiuti. Ma le nostre libertà, uguaglianza e fratellanza che sono alla base dell'Europa così come la conosciamo, quelle non si esportano con i prodotti.
Esportanto una bibita si esporta un rito, un'appartenenza a un gruppo di consumatori, non un'idea di libertà. Andare a impiantare ponti radio in Paesi in via di sviluppo non porta automaticamente a far sì che le persone in quei Paesi utilizzino quei mezzi di comunicazione per una maggiore libertà e uguaglianza di opportunità, anzi su basi culturali dittatoriali e discriminatorie potrebbe avvenire il contrario. Riflettiamo su questo, riflettiamo sul fatto che la nostra idea di donna libera ed emancipata deve essere prima di tutto radicata in noi per poter essere esportata, e considerata una conditio sine qua non per potersi confrontare con il cliente o il fornitore.
Proviamo a non considerare il lavoratore "sacro" rispetto al volontario, e a rivedere e definire il viaggio come tale e non come vacanza o mero turismo.
Il business non implica un obbligo ad avere a che fare con persone che non rispettano i diritti umani, e nel momento in cui chiudiamo gli occhi di fronte a questo siamo tutti responsabili, e tutti insieme stiamo tradendo i valori e i diritti umani in cui, a parole, diciamo di credere.

lunedì 22 dicembre 2014

Il traffico illegale di reperti archeologici: un furto al patrimonio storico dell'umanità intera #cultureforpeace



Nella piana di Ninive, nei pressi dell’odierna città di Mossul in Iraq, sono presenti i resti archeologici della prima civiltà stanziale che l'umanità abbia conosciuto. La ricca storia dell’area ha visto un susseguirsi di popoli che hanno lasciato traccia della loro civiltà: da reperti preistorici risalenti al VI millenno a.C., a quelli di epoca Uruk per non tralasciare i lasciti dei regni Assiri. Resti archeologici importantissimi per la storia dell'umanità intera che ha vissuto epoche di grande livello culturale nella fertile area a nord della Mesopotamia e al cui recupero e riscoperta ha contribuito, tra gli altri e ripetutamente, anche una missione archeologica italiana di un team di ricercatori dell'Università di Udine. Oltre al drammatico bilancio di vite umane, i violenti scontri in Iraq degli ultimi decenni hanno danneggiato pesantemente il patrimonio culturale, uno dei più preziosi e antichi del mondo. Oggi il cosiddetto Stato Islamico ha colpito con violenza moltissime testimonianze della ricca presenza multiculturale preislamica di quel Paese e risulta, da numerose fonti crescenti, che gli scavi di materiale archeologico in qualche misura autorizzati dal nuovo Governo, sono al centro di un traffico crescente di manufatti e ritrovamenti antichi che, venduti su mercati internazionali, da un lato, costituiscono una delle principali fonti di finanziamento di chi sta oggi perpetrando violenze inaudite su civili di ogni fede e nazione, e, dall'altro, contribuiscono a disperdere in modo irrecuperabile un patrimonio culturale inestimabile dell'umanità. Vere e proprie archeomafie su scala internazionale che si stanno sviluppando a danno della collettività e di questo immenso patrimonio storico. Nel campo dell’archeologia e in particolare del recupero di reperti archeologici oggetto di tale traffico illegale, l'Italia ha competenze uniche riconosciute e che potrebbero essere il contributo peculiare del nostro Paese tanto alla lotta al terrorismo quanto alla difesa di quel patrimonio dell'umanità che ha lasciato il passato e che è fondamentale per il futuro. Senza memoria non c’è futuro, togliere le radici a un popolo è estirparlo dalla terra perché senza radici non può continuare a progredire e senza un patrimonio culturale non potrà amare la propria storia e quindi proteggerla. 
Un'interrogazione parlamentare dell'on. Roberto Rampi (PD) punta a fare chiarezza sulla vicenda e chiede che il Governo si occupi di fare modo che l'Italia sia parte attiva in una task force internazionale che prevenga tali fenomeni di contrabbando e commercio illegale.

mercoledì 3 dicembre 2014

Lasciare la libertà d'informazione in balia del mercato? Non proprio.

Un intervento approfondito e non banale quello dell'on. Roberto Rampi che oggi ha incontrato in Commissione Cultura alla Camera Marco Travaglio in occasione dell'audizione sull'abolizione del finanziamento pubblico all'editoria. Un pezzo di ragionamento in più su un tema di cui tanto si parla ma poco si conosce effettivamente nella sua complessità.

"Vorrei capire nell’esperienza del Fatto Quotidiano se si sostiene solo con le entrate dei lettori o anche con le entrate della pubblicità e quindi la domanda poi che diventa un po’ più generale è questa, cioè se l’informazione sia un servizio o un prodotto e quindi a chi risponde rispetto a chi la finanzia.
Mi sembra di intuire dalla sua prima lettura che lei sostiene che il finanziamento pubblico potrebbe portare l’informazione a dipendere di fatto dal potere di quel Paese. Io penso però che se una norma è fatta bene – e quindi noi siamo convinti che vada riformato il finanziamento – il tipo di informazione che si va a dare non porta ad un’informazione che dipende dal potere in quel momento ma dovrebbe avere delle caratteristiche di oggettività e quindi sostenere tutta una serie di voci plurali, soprattutto piccole, soprattutto indipendenti che invece nel libero mercato potrebbero non farcela.
Come però la preoccupazione che il finanziamento pubblico porti l’informazione a dipendere dal potere, l’idea che ci sia un libero mercato dell’informazione non porta l’informazione a dipendere da quelle entrate economiche che la sostengono economicamente, ad esempio da grandi o piccoli potentati economici?
Dico grandi o piccoli perché molto spesso parliamo di giornali a livello locale che stando alle regole del finanziamento potrebbero avere la possibilità di essere completamente indipendenti. Vivendo esclusivamente di un’entrata pubblicitaria potrebbero rispondere agli interessi economici di un soggetto locale che è disposto a fare pubblicità su quel giornale ma in cambio vuole una particolare attenzione alle informazioni etc.
Mi domando, su un piano urbanistico un giornale che vive in maniera significativa delle pubblicità di un gruppo edilizio che va a costruire in quella realtà avrà la possibilità di essere indipendente nel giudicare quel piano urbanistico, quel provvedimento che favorisce un operatore rispetto a un altro?
Questa è un po’ la riflessione di fondo che ci facciamo che a me porta a questa grande domanda: se l’informazione è un prodotto o è un servizio e quindi se è un servizio come altri servizi – penso a quelli sanitari, sociali, bibliotecari, culturali – non deve essere in qualche modo garantito grazie alle tasse che i cittadini pagano e che servono a garantire dei servizi?
E la seconda domanda è questa, che è collegata: se noi facciamo vivere l’informazione esclusivamente del ritorno di mercato che ha, perché di questo stiamo parlando, non c’è il rischio che ciò che non va di moda, che non interessa in quel momento non possa più avere voce? Pur sapendo che a volte nella storia le cose che non andavano di moda dicevano qualcosa di molto importante che magari in quel momento non tirava, non funzionava. Perché il rischio è che in questo modo sopravviva solo ciò che funziona, solo ciò che piace, ma quello che piace in quel momento ai più non è detto che sia - io non dico la verità, perché non so dove stia la verità però io credo che la verità si componga dall’esistenza di una pluralità di opinioni. Quindi la mia preoccupazione come legislatore è capire come fare a garantire la libertà d’opinione.
Poi bisogna essere d’accordo che bisogna intervenire su tutto ciò che può essere spreco, tutto ciò che può essere sostegno occulto e quindi capire anche quali sono le forme. Ad esempio esistono e sono esistite delle sovvenzioni per far abbassare il costo della carta dei giornali e mi risulta che anche il Fatto ha usufruito di questo tipo di supporto pubblico. Si potrebbe forse pensare di mettere in campo una serie di servizi. Si potrebbe pensare, ma in parte oggi è già così, a legare la possibilità di accedere al finanziamento pubblico a una serie di criteri di qualità, nella modalità in cui si lavora in quei giornali, nella modalità in cui sono qualificate le competenze di chi ci lavora e quindi anche forme di competenza legate alla qualità.
Insomma la domanda di fondo è questa, se davvero lei è convinto che abolendo tout court il finanziamento si ottenga nella libertà una specie di magia dell’economia, la pluralità delle informazioni – e traspare la mia convinzione che non sia così – se questo non rischi di vedere grandi o piccole testate tutte dipendenti di fatto da diversi poteri economici, che in alcuni casi sono anche proprio i loro lettori. Lei ha detto “ci possono comprare solo i nostri lettori” però se io per farmi comprare devo continuare ad assecondare i miei lettori quando devo dire una cosa scomoda che ai miei lettori non piace forse mi faccio qualche dubbio se dirla o meno.
Io vorrei che un giornalista o una testata possano sentirsi sempre in qualsiasi momento liberi di dire quello che ritiene sia quella vicenda e di raccontarla come ritiene giusto raccontarla senza preoccuparsi di chi la compra o di chi gli fa pubblicità o di chi la paga."