Da leggere l'articolo di oggi del Corriere della Sera
a pag 2: "Profughi e filo spinato: il muro della Macedonia" un reportage tra i disperati, toccante e autentico. Da leggere col cuore, perché la
testa quando ragiona sulle problematiche sia al servizio dell'umanità e
non del dio denaro. Perché chi dice "aiutiamoli a casa loro", "non
facciamoli entrare", "pattugliamo i confini", sta facendo il tifo per
questa crudeltà, di barriere e confini, e questo sono le barriere e i
confini. Perché chi fugge sta scappando da qualcosa che percepisce come
morte certa, quindi è disposto a tutto.
Pensiamo ai nostri nonni quando sono stati chiamati alle armi per andare
in guerra, a loro interessava qualcosa combattere altri uomini di paesi
che all'epoca erano considerati nemici? Nel corso di decenni siamo
riusciti a costruire un'Europa unita dopo aver superato la guerra e
questo è possibile anche con altre realtà culturali, se ci crediamo e
smettiamo di ritenere i nostri concittadini all'estero "cervelli in
fuga" e quelli che arrivano come "invasori". Siamo tutti cittadini dello
stesso mondo, e tutti ci spostiamo per motivazioni diverse. Spesso le motivazioni che spingono i flussi migratori non sono del tutto comprensibili a chi ha scelto di non spostarsi, come capita che non sia comprensibile a un panettiere capire perché uno studente universitario voglia fare l'erasmus invece di imparare un mestiere, o come capita a chi passa 35 anni al mare nella stessa località di non capire perché altri vogliano viaggiare, curiosare, confrontarsi col diverso. Conosco persone che non capiscono chi non va al mare ad agosto o chi se ha poco denaro sceglie di spenderlo per un'esperienza invece che per un oggetto.
Ciascuno di noi ha dei limiti mentali, per cui se io non sono nata in Siria in una zona di guerra presumibilmente non posso capire fino in fondo la situazione umana, il disagio, la disperazione e le conseguenze che il percorso unico di vita di queste persone ha sulle loro azioni e reazioni. Ma umanamente rispettare l'altro per quello che è, e accoglierlo per quanto possibile, questo sì possiamo farlo tutti. Se siamo cittadini prima che consumatori, se siamo uomini che non vedono nell'altro un ladro più di quanto siamo stati tutti noi Europei ladri nei confronti di alcuni aree del pianeta. Tutto il resto lo lasciamo a sociologi e psicologi e persone che con degli studi specifici possano analizzare e aiutare a comprendere i fenomeni in modo ampio, nella loro portata reale.
La domanda è: Perché pretendere che degli uomini su ordine di altri si rifiutino di far passare dei disperati da un luogo ad un altro? Perché ordinare disumanità, o l'uso di lacrimogeni e manganelli, da parte di persone che prese ciascuna singolarmente non intenderebbero in alcun modo fare del male all'uomo, alla donna, al bambino che hanno di fronte? Solo perché in base a una convenzione esiste una mappa che molti neppure sanno leggere che stabilisce che due metri più in qua ha potere un gruppo di persone, e due metri più in là ha potere un altro gruppo, e gli abbiamo dato un nome, confine, che esiste solo nei limiti invalicabili delle nostre menti.
domenica 23 agosto 2015
venerdì 14 agosto 2015
Expo per la cultura e la cultura per Expo
Ancora più di un anno fa, ci si chiedeva se Expo potesse essere un'occasione per parlare non solo di alimentazione ma anche di cultura. Perché il pianeta lo si nutre con il cibo, ma non solo, bisogna nutrire anche la mente. La speranza che l'incontro tra diversi Paesi fosse anche occasione di scambio culturale non è stata vana. Non ultimo, Expo è stata solo due settimane fa occasione di incontro tra i ministri della Cultura di tutto il mondo in un meeting di due giorni sulla Cultura come strumento di dialogo tra i popoli.
Ma ogni giorno in realtà Expo sta diventando un'occasione di conoscenza e approfondimento. Gli appuntamenti culturali organizzati da Intesa San Paolo (qui Chiara Isotton dell'Accademia della Scala di Milano che interpreta la Tosca), i dibattiti di Casa Corriere e le mostre fotografiche di spazio Kip, ma anche gli incontri di Cascina Triulza. La Cascina, unico edificio di Expo già esistente prima della costruzione del sito espositivo, è stata restaurata per questo evento e ora ospita ogni giorno conferenze, laboratori, e realtà associative che trovano in Expo uno spazio per mostrare il loro lavoro quotidiano sia in ambito alimentare che sociale. Un appuntamento da non perdere per gli amanti dell'arte anche la mostra curata da Vittorio Sgarbi all'interno di Eataly, con 250 quadri italiani di ogni epoca suddivisi per regione.
E un outsider invece all'interno del Padiglione Italia, la Vucciria di Guttusu.
In occasione della settimana delle donne poi è stata creata una bellissima iniziativa, una collana di storie di donne da tutto il mondo disponibili gratuitamente (ma ormai esaurite) in Expo. Storie che raccontano la femminilità da 104 Paesi diversi, ciascuna scrittrice dal proprio punto di vista. Un interessante viaggio nella nostra metà del pianeta, perché raccontarsi è il primo modo per farsi conoscere e conoscersi è il primo passo per rispettarsi. Interessante che nella collana sono presenti anche storie provenienti da Paesi che non partecipano ad Expo, come il Perù e la Mongolia.
Non mancano poi i concerti organizzati dai vari padiglioni, per esempio il bravissimo pianista Tomasz Pawlowski con il suo concerto di Chopin più volte ospite al padiglione polonia anche in questi giorni.
Anche le giornate nazionali sono state occasione per la promozione culturale per diversi Paesi, qui un pezzo dell'orchestra Virtuosi Moskvi in occasione del National Day della Russia e una piccola parte dello splendido concerto del National Day dell'Azerbaijan.
Al padiglione del Vietnam è possibile assistere quotidianamente a spettacoli con strumenti vietnamiti tradizionali.
Tra balli folkloristici (spesso in occasione dei National Days ma non solo) opere d'arte e musica classica, Expo non è mai stato solo cibo ma per chi ama la Cultura c'è solo la difficoltà di destreggiarsi quotidianamente tra decine di conferenze e laboratori diversi.
Perché la cultura non è un abbellimento o un di più, ma la base stessa per poter uscire dalla crisi. Acquisire nuove conoscenze, ascoltare nuovi punti di vista, ammirare un'opera d'arte o scoprire la ricchezza culturale di Paesi lontani da noi è la chiave perché di Expo rimanga qualcosa di estremamente positivo nel futuro dei giovani - italiani ma non solo - che ogni giorno affollano l'esposizione e tornano a casa con un bagaglio culturale arricchito.
Perché ogni stimolo nuovo proveniente dal diverso - anche il diverso più lontano e dissimile da noi - è un seme che può germogliare nella mente curiosa e aperta di un bambino e di un ragazzo e da quel seme può nascerne un futuro di ricerca, di tolleranza, di comprensione e di dialogo.
Ma ogni giorno in realtà Expo sta diventando un'occasione di conoscenza e approfondimento. Gli appuntamenti culturali organizzati da Intesa San Paolo (qui Chiara Isotton dell'Accademia della Scala di Milano che interpreta la Tosca), i dibattiti di Casa Corriere e le mostre fotografiche di spazio Kip, ma anche gli incontri di Cascina Triulza. La Cascina, unico edificio di Expo già esistente prima della costruzione del sito espositivo, è stata restaurata per questo evento e ora ospita ogni giorno conferenze, laboratori, e realtà associative che trovano in Expo uno spazio per mostrare il loro lavoro quotidiano sia in ambito alimentare che sociale. Un appuntamento da non perdere per gli amanti dell'arte anche la mostra curata da Vittorio Sgarbi all'interno di Eataly, con 250 quadri italiani di ogni epoca suddivisi per regione.
E un outsider invece all'interno del Padiglione Italia, la Vucciria di Guttusu.
In occasione della settimana delle donne poi è stata creata una bellissima iniziativa, una collana di storie di donne da tutto il mondo disponibili gratuitamente (ma ormai esaurite) in Expo. Storie che raccontano la femminilità da 104 Paesi diversi, ciascuna scrittrice dal proprio punto di vista. Un interessante viaggio nella nostra metà del pianeta, perché raccontarsi è il primo modo per farsi conoscere e conoscersi è il primo passo per rispettarsi. Interessante che nella collana sono presenti anche storie provenienti da Paesi che non partecipano ad Expo, come il Perù e la Mongolia.
Non mancano poi i concerti organizzati dai vari padiglioni, per esempio il bravissimo pianista Tomasz Pawlowski con il suo concerto di Chopin più volte ospite al padiglione polonia anche in questi giorni.
Anche le giornate nazionali sono state occasione per la promozione culturale per diversi Paesi, qui un pezzo dell'orchestra Virtuosi Moskvi in occasione del National Day della Russia e una piccola parte dello splendido concerto del National Day dell'Azerbaijan.
Al padiglione del Vietnam è possibile assistere quotidianamente a spettacoli con strumenti vietnamiti tradizionali.
Tra balli folkloristici (spesso in occasione dei National Days ma non solo) opere d'arte e musica classica, Expo non è mai stato solo cibo ma per chi ama la Cultura c'è solo la difficoltà di destreggiarsi quotidianamente tra decine di conferenze e laboratori diversi.
Perché la cultura non è un abbellimento o un di più, ma la base stessa per poter uscire dalla crisi. Acquisire nuove conoscenze, ascoltare nuovi punti di vista, ammirare un'opera d'arte o scoprire la ricchezza culturale di Paesi lontani da noi è la chiave perché di Expo rimanga qualcosa di estremamente positivo nel futuro dei giovani - italiani ma non solo - che ogni giorno affollano l'esposizione e tornano a casa con un bagaglio culturale arricchito.
Perché ogni stimolo nuovo proveniente dal diverso - anche il diverso più lontano e dissimile da noi - è un seme che può germogliare nella mente curiosa e aperta di un bambino e di un ragazzo e da quel seme può nascerne un futuro di ricerca, di tolleranza, di comprensione e di dialogo.
mercoledì 12 agosto 2015
Sapersi divertire con i bimbi senza rompere le scatole agli altri?
Non è un'utopia. Se i genitori quando portano in giro i bimbi riconoscessero la parzialità della loro posizione, e che l'essere bambino è una fase della vita che è appartenuta a tutti noi e a 7 miliardi di persone sulla faccia della terra, e il loro bambino non è il centro del mondo per tutti. Lo è per la mamma e per il papà in quel contesto in cui sono insieme al bimbo e basta, anche perché la stessa mamma e lo stesso papà in altri contesti si possono tranquillamente divertire in pace o parlare di argomenti di cui non parlerebbero di fronte a dei bimbi. Ha suscitato polemica
la scelta di tripadvisor di mettere tra i parametri dei ristoranti o alberghi oltre a parcheggi, wifi e altri servizi anche la possibilità di selezionare luoghi "children free", ovvero dove non è consentito l'ingresso ai bambini. Dimenticando
invitare una certa tipologia di clientela piuttosto che un'altra serve a
far sì che tutti i clienti siano soddisfatti. Come dire, nessuno
affitterebbe a degli anziani un appartamento sopra una discoteca che
chiude alle 5 del mattino, per il bene dell'anziano e del suo desiderio di quiete e del locale e dei
soldi che deve incassare entro la fine della stagione. Allo stesso modo persone adulte sono libere in
un locale pubblico (ristorante ma non solo) di parlare di argomenti
disparati, e la presenza di bambini intorno può comportare fastidi
perché so per esperienza personale che quando si parla di argomenti
difficili o da adulti, i genitori dei pargoli ai tavoli intorno
protestano. E non solo se si parla di sesso o si dicono parole non esattamente raffinate (cosa
che comunque in base a un ragionamento sulla tolleranza non dovrebbe
essere discriminata per la presenza di bambini), anche semplicemente
affrontando temi come la corruzione o la maternità consapevole tirando
fuori esempi anche astratti o filosofici, prova a avere a fianco una
famiglia di bigotti. Una volta a me è capitato in un risorante,
parlavamo di maternità consapevole ad alta voce, eravamo un gruppo
quindi si sono alzati i toni ma mai parole volgari o che, il papà della
famiglia a fianco è andato a protestare con il cassiere. Il bimbo aveva forse 8 o 9 anni, a occhio stava chiedendo ai genitori il significato di tutte le parole che stavamo usando e non avevano nessuna intenzione di dare spiegazioni visto che anche loro volevano farsi il loro pranzo in santa pace.
Gli adulti ai tavoli di un ristorante possono parlare ad alta voce di qualunque argomento senza preoccuparsi di essere un buon esempio per i figli degli altri, oltre al fatto che lo stesso genitore senza il bambino al seguito se va a mangiare qualcosa con i colleghi può trovarsi a parlare di cose di lavoro di cui non parlerebbe mai di fronte a suo figlio, siano essere tecniche di trattativa o operazioni chirurgiche. Il problema sta proprio nel genitore figlio-centrico, che siccome passa h24 col bimbo non capisce più come funziona la vita che aveva fino a ieri e che si spera continuerà ad avere domani.
Allo stesso modo - caso simile al ristorante - se uno va in vacanza e magari ha solo quella settimana di ferie, se va in albergo e è in coppia può essere infastidito dall'avere accanto una famiglia numerosa. Magari no, ma non in tutti i contesti si può scegliere la stanza. Il bambino può essere il più buono del mondo ma in Italia c'è tanta abitudine a considerare l'essere genitore come una specie di lasciapassare per avere una serie di privilegi. Se io vado in un albergo e di notte ho accanto una famiglia con bambini piccoli che magari piangono in continuazione mi scoccio ma pazienza, se una famiglia con bambini grandi ha accanto i vicini che "fanno casino" per altri motivi è capace di andare a reclamare in reception e cercare di chiedere di cambiare stanza causando problemi organizzativi, magari dopo aver avuto il secondo e terzo bimbo gratis nel conto .... perché sono capaci di farlo. Mentre se un bimbo strilla tutta notte nessuno si permetterebbe di andare in reception a chiedere di cambiare stanza.
Oppure se un ristorante è per una cenetta romantica, forse una coppia che ti ordina una bottiglia di vino da "ci ho lasciato una giornata di lavoro" non ha molta voglia di avere intorno la famigliola di 7 persone con bimbi che scorrazzano tra i tavoli. Questo non toglie nulla alla legittimità di nonni e nipoti di strillare ai tavoli, come non toglie nulla alla legittimità di una coppietta che fa la cena romantica di parlare di cose proprie personali come meglio credono.
Forse è utile semplicemente scrivere "locale adatto a pranzi di lavoro" oppure "cene romantiche" ma evidentemente nel corso degli anni ci sono persone e famiglie che si sono imbucate in luoghi non a loro adatti quindi considero un servizio aggiuntivo il fatto che sia possibile sapere prima qual è il tipo di clientela del ristorante/albergo scelto.
Se ci si basasse solo sulla presenza o meno di cartelli con scritto "qui nursery" o "qui area bimbi dedicata" o "qui seggiolone per bambini" conoscendo la maggior parte degli italiani cercherebbero di costringere il gestore del luogo che hanno scelto a renderlo a misura di bimbo (anche se questo dovesse avere dei costi aggiuntivi o non rispecchiare il suo target di clientela), come si nota dagli incredibili commenti su facebook all'articolo citato sopra: una lobby di mamme inferocite che se il loro bimbo strilla il problema è del vicino del tavolo a fianco che non capisce o della povera cameriera (magari sottopagata in nero e stanca alle 11 di sera) che non gli porta i pastelli e non ha pensato a trasformarsi in baby-sitter (che strano!). Tra l'altro se tutta la gente che si ammassa sulle spiagge ad agosto potesse avere aree segnalate come più o meno adatte ai castelli di sabbia piuttosto che alle partite di pallone senza regole, sarebbero più felici tutti!
Insomma ben venga che ci sia la possibilità per tutti di sentirsi liberi e non costringersi anche in vacanza a convivenze forzate, per cui su un lungo mare affollato benissimo che ci siano locali con aree bimbi e altre per cenette romantiche, o in città locali più adatti alle corse fra i tavoli e altri più adatti a discorsi normali fra adulti senza tabù. I bambini arricchiscono, come arricchiscono gli anziani i disabili gli stranieri, il dialogo con i pastori di montagna o con un compagno di viaggio casuale, ma lasciamo a tutti la libertà di parola evitando i conflitti e le censure preventive in modo che uno possa scegliere se in un contesto di lavoro o romantico vuole o meno limitarsi nel dialogo (anche il dialogo libero da tabù arricchisce) per presenze non previste.
Bambini sì o bambini no?
Posted by Wired Italia on Lunedì 10 agosto 2015
Gli adulti ai tavoli di un ristorante possono parlare ad alta voce di qualunque argomento senza preoccuparsi di essere un buon esempio per i figli degli altri, oltre al fatto che lo stesso genitore senza il bambino al seguito se va a mangiare qualcosa con i colleghi può trovarsi a parlare di cose di lavoro di cui non parlerebbe mai di fronte a suo figlio, siano essere tecniche di trattativa o operazioni chirurgiche. Il problema sta proprio nel genitore figlio-centrico, che siccome passa h24 col bimbo non capisce più come funziona la vita che aveva fino a ieri e che si spera continuerà ad avere domani.
Allo stesso modo - caso simile al ristorante - se uno va in vacanza e magari ha solo quella settimana di ferie, se va in albergo e è in coppia può essere infastidito dall'avere accanto una famiglia numerosa. Magari no, ma non in tutti i contesti si può scegliere la stanza. Il bambino può essere il più buono del mondo ma in Italia c'è tanta abitudine a considerare l'essere genitore come una specie di lasciapassare per avere una serie di privilegi. Se io vado in un albergo e di notte ho accanto una famiglia con bambini piccoli che magari piangono in continuazione mi scoccio ma pazienza, se una famiglia con bambini grandi ha accanto i vicini che "fanno casino" per altri motivi è capace di andare a reclamare in reception e cercare di chiedere di cambiare stanza causando problemi organizzativi, magari dopo aver avuto il secondo e terzo bimbo gratis nel conto .... perché sono capaci di farlo. Mentre se un bimbo strilla tutta notte nessuno si permetterebbe di andare in reception a chiedere di cambiare stanza.
Oppure se un ristorante è per una cenetta romantica, forse una coppia che ti ordina una bottiglia di vino da "ci ho lasciato una giornata di lavoro" non ha molta voglia di avere intorno la famigliola di 7 persone con bimbi che scorrazzano tra i tavoli. Questo non toglie nulla alla legittimità di nonni e nipoti di strillare ai tavoli, come non toglie nulla alla legittimità di una coppietta che fa la cena romantica di parlare di cose proprie personali come meglio credono.
Forse è utile semplicemente scrivere "locale adatto a pranzi di lavoro" oppure "cene romantiche" ma evidentemente nel corso degli anni ci sono persone e famiglie che si sono imbucate in luoghi non a loro adatti quindi considero un servizio aggiuntivo il fatto che sia possibile sapere prima qual è il tipo di clientela del ristorante/albergo scelto.
Se ci si basasse solo sulla presenza o meno di cartelli con scritto "qui nursery" o "qui area bimbi dedicata" o "qui seggiolone per bambini" conoscendo la maggior parte degli italiani cercherebbero di costringere il gestore del luogo che hanno scelto a renderlo a misura di bimbo (anche se questo dovesse avere dei costi aggiuntivi o non rispecchiare il suo target di clientela), come si nota dagli incredibili commenti su facebook all'articolo citato sopra: una lobby di mamme inferocite che se il loro bimbo strilla il problema è del vicino del tavolo a fianco che non capisce o della povera cameriera (magari sottopagata in nero e stanca alle 11 di sera) che non gli porta i pastelli e non ha pensato a trasformarsi in baby-sitter (che strano!). Tra l'altro se tutta la gente che si ammassa sulle spiagge ad agosto potesse avere aree segnalate come più o meno adatte ai castelli di sabbia piuttosto che alle partite di pallone senza regole, sarebbero più felici tutti!
Insomma ben venga che ci sia la possibilità per tutti di sentirsi liberi e non costringersi anche in vacanza a convivenze forzate, per cui su un lungo mare affollato benissimo che ci siano locali con aree bimbi e altre per cenette romantiche, o in città locali più adatti alle corse fra i tavoli e altri più adatti a discorsi normali fra adulti senza tabù. I bambini arricchiscono, come arricchiscono gli anziani i disabili gli stranieri, il dialogo con i pastori di montagna o con un compagno di viaggio casuale, ma lasciamo a tutti la libertà di parola evitando i conflitti e le censure preventive in modo che uno possa scegliere se in un contesto di lavoro o romantico vuole o meno limitarsi nel dialogo (anche il dialogo libero da tabù arricchisce) per presenze non previste.
martedì 11 agosto 2015
Cose belle di #Expo2015
Una cosa bella di Expo: sentire discorsi canzoni e rumori di sottofondo
in lingue diverse. Per una amante delle lingue come me, un viaggio
intorno al mondo a casa mia ogni giorno. Scoprire cibi e tradizioni
certo è la prima opportunità di Expo, ma per me anche il fascino di
ascoltare suoni sconosciuti. L'altra sera ascoltando due ungheresi parlare mi
sono ricordata di quando un giorno da bambina su un traghetto sul lago
di Como ho cercato per la prima volta di chiacchierare con una bimba
inglese. Avevo forse 5 anni e l'idea di aver bisogno di un interprete
non l'avevo contemplata. In effetti ancora adesso la curiosità di capire
lingue a me estranee non è cambiata, come farsi portare dal ritmo di
musiche sconosciute senza capire cosa dicano le canzoni. Credo che sia
importante mantenere lo stupore e la curiosità per il nuovo e il diverso
e che sia splendido ogni giorno cogliere sguardi, sorrisi, bronci,
abitudini e chiedersi cosa sta dietro alle storie di tutte le persone
che si sono trovate tutte insieme nello stesso luogo per 6 mesi ciascuno
con il suo percorso alle spalle unico.
Il mito di Sisifo
"Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore o, almeno,
ve n'è soltanto uno, che l'uomo giudica fatale e disprezzabile. Per il
resto, egli sa di essere il padrone dei propri giorni. In questo sottile
momento, in cui l'uomo ritorna verso la propria vita, di nuovo Sisifo che
torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, contempla la serie
di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso
creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato
dalla morte. Così, persuaso dell'origine esclusivamente umana di tutto
ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha
fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora. Lascio Sisifo
ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma
Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i
macigni. Anch'egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai
senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella
pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte,
formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a
riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice."
Albert Camus, Il mito di Sisifo
Albert Camus, Il mito di Sisifo
venerdì 31 luglio 2015
Trenord offre un servizio o crea un ostacolo?
La domanda è legittima, se intendiamo il treno come un
normale strumento attraverso cui un lavoratore può raggiungere il luogo di
lavoro. Raggiungere? Forse. Puntuale? Magari. Tornare a casa a un’ora decente?
Può darsi. L’annuncio all’altoparlante nei treni “con trenord a Expo Milano
2015, oltre 380 treni al giorno ti portano a Expo” invita a una riflessione
abbastanza letterale sulle parole, ti portano a Expo e poi ti lasciano lì?
Sembrerebbe di sì quando un sabato sera hanno cancellato
l’ultimo treno per Chiasso, il passante S11 delle 00.21. Persone stanche dopo
l’intera giornata all’aperto e al caldo, molti lavoratori tra l’altro, e il
personale trenord che ha lasciato gli uffici del mezzanino dei treni alle
23.30. La collega di Expo del punto informazioni (di Expo, non di Trenord) che
si ritrova circondata di clienti adirati che non sanno come tornare a casa,
ovviamente non è di sua competenza ma a quell’ora Trenord ha chiuso gli
sportelli. Non è la prima volta che succede, già visto accadere con un ultimo
treno per Torino da stazione Centrale e ultimo treno per Sondrio delle 20.20
posticipato di ore con scuse varie e cancellato quando ormai per chi abita
oltre Lecco chiamare qualcuno per farsi venire a prendere riduce di molto la
scelta di chi chiamare, oltre le 23. Una cosa assurda poi le coincidenze che si
“lasciano andare”: passante per Chiasso entra in stazione a Monza, e si ferma
PRIMA della stazione 2 minuti, lasciando partire il treno per Tirano da Milano
Centrale. Una genialata, tra i due treni ci sono 6 minuti per la coincidenza,
Monza è una stazione piccola e sarebbe fattibilissima soprattutto in un orario
non di punta ma non è chiaramente fattibile se il Tirano in transito supera il
passante fermo nella stazione di Sesto, e quando ancora mancano 2 minuti
all’orario della coincidenza si ferma in mezzo al nulla.
Notare poi il buffo cartello presente in Stazione Centrale
che invita chi è diretto a Expo a fare una fermata di metro e prendere il
passante … da Centrale ci sono minimo 3 treni all’ora diretti a Expo ma
chiaramente la maggior parte dei treni per Centrale sono freccia bianca o
freccia rossa quindi costerebbero di più, non sia mai che si possa invitare i
clienti a salire su dei treni per fighetti e arrivare a Expo potenzialmente in 10-15 minuti, meglio incasinargli la vita che
pensare a una tariffa unica per tutti da Milano a Expo con un biglietto valido
per tutti i mezzi che possono raggiungere il sito espositivo. Troppo
complicato. Come troppo complicato non sopprimere i treni a caso, o mettere
degli orari che siano un minimo rispettabili. Chi va in zona Bergamo dopo le 23
da Expo, ha una sola opzione il passante per Pioltello e poi da lì il treno per
Bergamo, con 6 minuti di coincidenza. Pioltello è una piccola stazione, ma un
ritardo di 6 minuti è frequentissimo. Morale della favola innumerevoli colleghe
si sono dovute far venire a prendere a Pioltello nel pieno della notte o
rinunciare al trasporto pubblico scegliendo l’auto con conseguente aumento dei
costi per raggiungere il luogo di lavoro.
Per non parlare della linea per Malpensa, da Expo a Malpensa
l’app di trenord suggerisce sempre di passare per Porta Garibaldi, quasi mai
per altre stazioni e in ogni caso non valuta mai passaggi da Busto Arsizio Nord
o Lonate Pozzolo che sono in linea d’aria molto più vicino a Malpensa, per cui
se uno si trova all’ultimo a pochi minuti dal check in senza navetta almeno può
pagare un taxi senza fare un mutuo. L’idea di programmare una navetta da Expo a
Malpensa per tutta la sera non è venuta in mente a nessuno evidentemente.
Con profondo imbarazzo mi trovo ogni volta che un cliente
chiede una soluzione per raggiungere Malpensa dopo le 19.30 (dopo quell’ora
niente più navette da Expo) a cercare soluzioni al di fuori dell’app di Trenord
perché mandare una persona in Garibaldi, conoscendo la stazione, sapendo che
sono 3 piani e che il personale non è presente e reperibile né parla inglese,
lo trovo un invito a spingere il cliente a svenarsi per arricchire la lobby dei
taxisti.
Ora vi racconto una serata alla stazione di Rho Fiera Expo, quella di giovedì 23 luglio, uscita dal luogo di lavoro alle ore 21. Un film di Fantozzi praticamente. Mi reco al
binario 4, aspettando il passante per Chiasso delle 21.21. Il passante non
arriva, nessun annuncio di ritardo, nessuna scritta sul monitor che lo dà
cancellato. Il treno non arriva, sullo stesso binario arriva uno per Centrale.
Chiedo al personale in banchina. Non sanno nulla, non hanno ricevuto
comunicazioni. Alle 21.28 arriva al binario due un passante per Pioltello, non
annunciato all’altoparlante. Dovendo cambiare in Garibaldi, corro al binario
due insieme a un po’ di persone che come me realizzano che quello è il primo
treno possibile per Garibaldi. Il tutto senza nessun aiuto del personale perché
nessuno ha comunicato che quello che è il primo possibile per Garibaldi.
Arrivata al binario 2 il treno chiude le porte e se ne va, il personale al
binario 2 non si scusa per il ritardo, non fa nulla per far salire i passeggeri
sul treno nonostante per qualche secondo il treno fosse ancora fermo. Chiedo
spiegazioni sul mancato annuncio all’altoparlante dei treni, dicono che non è
loro la responsabilità. Giustamente gli annunci non li fanno loro, e non
avranno strumenti per criticare i colleghi che stanno seduti in ufficio
probabilmente sono lì solo i 6 mesi di Expo non conviene, non ho dubbi su questo. Torno al binario 4 in
attesa del Chiasso, dopo qualche minuto che non arriva e non ci sono
comunicazioni la persona in banchina non sapendo come rispondere alle richieste
dei passeggeri spazientiti telefona nella stazione di partenza del treno dove
gli comunicano che il treno non è mai neanche arrivato da Chiasso all’andata e
sarà cancellato (Quando?) Alle 21.38 arriva un passante per Rogoredo,
ovviamente non annunciato, al binario 2. Ho dovuto personalmente invitare la
persona al binario 4 a far fermare il treno per permettere a chi doveva andare
in Porta Garibaldi di spostarsi di binario, un po’ di persone correndo riescono
a spostarsi. Il treno arriva in Garibaldi alle 21.52 ma il treno per Lecco che
avrei dovuto prendere parte a quell’ora esatta a Garibaldi superficie e dal
sotterraneo sono 5-6 minuto di transito, a quel punto rimango sul passante per
Rogoredo, scendo a Repubblica e faccio una fermata di metropolitana fino a
Centrale. Meno male che ho pensato di fare la tessera IO Viaggio così da poter usare anche la metro in caso di necessità, altrimenti avrei pure dovuto pagare il biglietto extra. In centrale danno un treno per Tirano in ritardo che doveva essere
alle 20.20, prima in ritardo di 120 minuti, poi subito dopo di 160. Il Lecco
arriva in ritardo parte alle 23.10 invece che alle 22.52, in sostanza 3 ore
abbondanti per tornare a casa.
Come questa mille altre sere, e un servizio che mi chiedo se
sia un servizio o un ostacolo da superare per riuscire ad arrivare sul posto di
lavoro in orario, o alla possibilità di tornare a casa in un tempo che non sia
la metà delle proprie ore lavorative, che non ha molto senso come qualità della
vita. In un Paese normale, un ritardo porterebbe al rimborso almeno parziale
del biglietto del treno. Trenord non solo non rimborsa i biglietti, ma non fa
neppure gli sconti sugli abbonamenti del mese successivo, come comunicatomi
oggi in stazione: non hanno ricevuto comunicazione di nessun bonus ma comunque la IO Viaggio non la rimborsano mai. Ah bello. Io pago 107 € al mese per garantirmi un servizio che mi permetta di raggiungere il posto di lavoro (supponendo poi anche di dover tornare a casa) con qualunque mezzo possibile e prima scopro che sull'alta velocità in teoria non si potrebbe andare con questo abbonamento, poi pure che non può essere rimborsato (?). Cosa servono per un rimborso le foto di tutti i tabelloni con
i treni cancellati, giorno dopo giorno? Ce le ho. O un feedback costante sulla mancanza
di aria condizionata nelle carrozze oppure, come è successo ieri mattina, la
mancanza di luce nelle carrozze lasciando i passeggeri completamente al buio
nei tratti in galleria?
Intanto, dopo aver scelto l'auto per il mese di agosto per raggiungere il luogo di lavoro, ho sottoscritto questa petizione su change.org iniziata 9 mesi fa da un ragazzo di Brescia stanco dei continui disservizi. Vi invito a fare altrettanto, e a segnalare ogni singolo problema su Twitter a #trenord in modo da rendere visibile ciò che non funziona offrendo così un'opportunità a chi ha la possibilità di migliorare il servizio, se vuole, di migliorarlo.
Intanto, dopo aver scelto l'auto per il mese di agosto per raggiungere il luogo di lavoro, ho sottoscritto questa petizione su change.org iniziata 9 mesi fa da un ragazzo di Brescia stanco dei continui disservizi. Vi invito a fare altrettanto, e a segnalare ogni singolo problema su Twitter a #trenord in modo da rendere visibile ciò che non funziona offrendo così un'opportunità a chi ha la possibilità di migliorare il servizio, se vuole, di migliorarlo.
giovedì 9 luglio 2015
Il no della Grecia non è una sconfitta per l'Europa
Dire no alle condizioni imposte da altri non è dire no alla
coesistenza. Piuttosto si tratta di un’occasione per rivedere i rapporti di
forza e il concetto stesso di democrazia europea. In direzione di più Europa, e
non di meno Europa, ma di un’Europa che sia più comprensiva e più inclusiva. In
direzione di una valorizzazione o quanto meno accettazione della differenza
dell’altro, che non è omologazione né imposizione. Un’occasione per portare in
Europa la cultura mediterranea in modo diverso.
Se una persona qualunque acquista un’auto a rate, poi un
televisore a rate, poi risultando ancora moroso delle rate dei primi due prende
anche un telefono a rate … ma se arriva qualcuno e gli propone - fingendo di aiutarlo a
uscire dalla situazione - di sottoscrivere un mutuo, un eventuale rifiuto è un
dire no al presunto "aiuto" o un segno di intelligenza? Nessuna banca proporrebbe un
mutuo senza requisiti, lo farebbe al massimo un usuraio.
Spesso in Italia dalla Lombardia guardiamo alla Sicilia o ad
altre regioni del Sud come una zavorra, come una specie di peso per cui o
diventano come noi o danno solo fastidio. Nel nostro piccolo, lo facciamo anche
con i vicini di casa. Il vicino che per mesi, anni se non decenni continua a
portare avanti le stesse richieste premendo perché tutti vogliano quello che
lui vuole, nel modo in cui lui lo vuole. Chi non ha un vicino così. Il vicino
che siccome ha i bimbi piccoli pretende di fare una petizione per far fare meno
rumore al bar sotto casa, ma ai giovani del palazzo il bar sottocasa fa comodo
perché fornisce birre a due metri, e non hanno quindi nessuna intenzione di andare a
causare fastidi al bar. La scelta di pace non consiste nel convincere il vicino
dei benefici del bar se questo non ne vuole sapere ma semplicemente di
rispettare la differenza dell’altro e lasciarlo essere quello che è. Il
lavoratore di Milano che siccome ha fatto dei suoi straordinari e del suo
lavoro 15 ore al giorno uno status symbol, schifa la rete sociale che si crea
in altre aree d’Italia intorno a persone che lavorano meno ma si aiutano di
più.Vorrebbe le casalinghe siciliane e le famiglie piene di ragazzi disoccupati come prova di una presunta superiorità delle proprie scelte di vita. Questo non implica che si possa cambiare la forma mentis delle persone in modo improvviso e repentino, né che farlo sarebbe un bene. Anzi.
E’ bello essere diversi. E’ bello cercare punti di incontro,
se da entrambe le parti siano essi vicini di casa, comuni limitrofi, regioni
più o meno distanti, si cerca di mediare, di vedere cosa si può prendere di
buono dall’altro. Ma per fare ciò bisogno sedersi al tavolo della trattativa e
essere disposti a lasciare andare qualcosa di propria, qualcuna delle proprie
convinzioni o presunte esigenze non negoziabili. E non sempre questo è
possibile. Quando non è possibile, si può coesistere in pace. La pace come
scelta, senza imposizioni, di rimanere vicini di casa, parte di una comunità,
di un territorio, con un tacito accordo di non belligeranza verso il diverso.
Ecco la Germania non si è mai seduta al tavolo della
trattativa mettendo da parte i pregiudizi o in modo non giudicante. Pensa a
delle riforme strutturali per la Grecia, quello che in Italia non siamo
riusciti a fare tra nord e sud in 150 anni, cioè a cambiare l’altro
trasformandolo in sé. Il modo migliore per far sì che l’altro metta una
barriera invalicabile, un muro, una difesa arroccandosi in posizioni estreme
per sottolineare la sua differenza culturale. O si cambia tutti insieme, o ci
si accetta per quello che si è imparando dalle reciproche differenze, da quello
che l’altro ha da insegnarci. La Grecia ci ha insegnato la democrazia e la
filosofia da 2500 anni, ha un patrimonio artistico, archeologico e
turistico-ambientale che può essere accolto per quello che è come parte del
patrimonio europeo in quanto culla dell’Europa.
Un popolo come questo può ovviamente sedersi al tavolo da
pari. Tra l’altro ricordando che per non offendere più l’orgoglio tedesco
furono condonati i debiti della seconda guerra mondiale … qualunque popolo
potrebbe sedersi al tavolo alla pari. Con questo referendum Tsipras ha avuto
adeguata legittimazione popolare per parlare a nome del suo popolo, e non
sembrare un illusionario capriccioso. Una nuova visione dell’Europa e del
Mediterraneo sta prendendo forma, la speranza è che vada in direzione di più
pluralismo e più capacità di accogliere il diverso. Il diverso non è solo
l’altro che arriva da fuori, da lontano, ma è anche ciascuno di noi all’interno
della stessa comunità europea che agli occhi di un altro cittadino risulta
differente in qualcosa: nel modo di lavorare, di rispettare le regole, di
organizzare uno stato. Come all’interno di una comunità anche piccola
l’accettazione del diverso non deve forzatamente diventare apprezzamento né
acquisizione dei comportamenti dell’altro, ma può trasformarsi in una sana coesistenza.
Coesistere come europei come base per coesistere come cittadini del mondo, al
di là di confini, cittadinanze, prestiti più o meno graditi.
mercoledì 8 luglio 2015
La riforma della scuola: un'inversione di rotta per il Paese
Riporto l'intervento in aula di ieri dell'on. Roberto Rampi sulla riforma della scuola in fase di approvazione.
"Questa sera di luglio pensando a questo intervento
non ho potuto non tornare a quando sono entrato per la prima volta in questa
Aula e ho pensato se potevo portare insieme ai colleghi un piccolo contributo
che lasciasse un segno nella storia di questo Paese, perché quando si entra qua
dentro bisogna unire umiltà e ambizione, altrimenti non ha senso provare a fare
questo mestiere. Ho conosciuto nella Commissione Cultura della Camera dei
deputati dei colleghi e delle colleghe, che sono qua vicino a me, che nella
scuola hanno veramente messo in gioco tutta la loro vita e che hanno sognato
qualche anno fa, con quella riforma della scuola e dell'autonomia che Luigi
Berlinguer ha voluto portare avanti fermandosi poi un po’ a metà, e sono
cresciute professionalmente pensando davvero di cambiare il modello educativo
del nostro Paese, di ereditare una scuola nazionale, una scuola delle élite,
una scuola – uso una vecchia parola – un po’ classista e molto teorica e di
trasformarla in una scuola delle competenze, in una scuola che provasse il più
possibile ad avvicinarsi ad ogni alunno e a dare ad ogni alunno ciò di cui
aveva bisogno.
Vede Presidente, questo è un dibattito che si è fatto poco in queste lunghe, a mio parere, discussioni, ma la percezione del tempo a volte è diversa in ognuno di noi. In fondo noi stiamo riflettendo di scuola, e io credo che questo sia un grande risultato, da quasi un anno, perché di questa legge si è iniziato a parlare, anche pubblicamente, nell'agosto scorso. Dai contenuti, dalle discussioni, quei colleghi e quelle colleghe che citavo li ricordo, ci trovavamo ad essere riuniti in una sala per iniziare a mettere insieme i primi ragionamenti. Ebbene, nell'autunno scorso li abbiamo portati in tante città, in tante scuole, in tanti circoli, del PD nel nostro caso, perché noi apparteniamo al Partito Democratico, ma credo che la stessa cosa l'abbiano fatta altre forze di maggioranza, Scelta civica, Area Popolare per l'Italia ad esempio. Dentro questo ragionamento, dentro questo percorso, abbiamo provato a disegnare con la concretezza una inversione di rotta, perché di questo si tratta. Io credo che la scelta di investire le risorse a disposizione del Governo, che non sono infinite, anzi sono finite e sappiamo appartengono ad un'epoca particolarmente scarsa e avara di risorse, proprio nella scuola e non altrove io credo sia il segno che più di altri connota a sinistra, nel campo del centrosinistra l'azione di questo Governo. Ce lo diranno però i voti che avremo tra pochi giorni. Ecco questo forse è uno dei pochi dati oggettivi, perché questa riforma la destra non la voterà e quindi chi dice che questa riforma è di destra in qualche modo deve prendere atto di un dato di cronaca: non la voterà Forza Italia, non la voteranno Fratelli d'Italia, che abbiamo sentito intervenire e che la combattono duramente, non la voterà il MoVimento 5 Stelle, che quando è entrato in questa Aula voleva sedersi in maniera trasversale e però poi al Parlamento europeo una scelta di campo l'ha dovuta fare. È il campo delle destre, destre plurali e guardi Presidente, lo dico con grande rispetto, perché io credo nel pluralismo politico e credo che tutti i campi abbiano la loro dignità e la loro azione, ma queste forze non la voteranno. E non la voterà una forza indubbiamente di sinistra come Sinistra Ecologia e Libertà e anche alcuni colleghi deputati che sono entrati in questa Aula con il Partito Democratico e hanno fatto scelte diverse. Io non credo che questo sia un dramma, credo che nella storia della sinistra italiana vi siano da sempre connotazioni differenti.
Vede Presidente, questo è un dibattito che si è fatto poco in queste lunghe, a mio parere, discussioni, ma la percezione del tempo a volte è diversa in ognuno di noi. In fondo noi stiamo riflettendo di scuola, e io credo che questo sia un grande risultato, da quasi un anno, perché di questa legge si è iniziato a parlare, anche pubblicamente, nell'agosto scorso. Dai contenuti, dalle discussioni, quei colleghi e quelle colleghe che citavo li ricordo, ci trovavamo ad essere riuniti in una sala per iniziare a mettere insieme i primi ragionamenti. Ebbene, nell'autunno scorso li abbiamo portati in tante città, in tante scuole, in tanti circoli, del PD nel nostro caso, perché noi apparteniamo al Partito Democratico, ma credo che la stessa cosa l'abbiano fatta altre forze di maggioranza, Scelta civica, Area Popolare per l'Italia ad esempio. Dentro questo ragionamento, dentro questo percorso, abbiamo provato a disegnare con la concretezza una inversione di rotta, perché di questo si tratta. Io credo che la scelta di investire le risorse a disposizione del Governo, che non sono infinite, anzi sono finite e sappiamo appartengono ad un'epoca particolarmente scarsa e avara di risorse, proprio nella scuola e non altrove io credo sia il segno che più di altri connota a sinistra, nel campo del centrosinistra l'azione di questo Governo. Ce lo diranno però i voti che avremo tra pochi giorni. Ecco questo forse è uno dei pochi dati oggettivi, perché questa riforma la destra non la voterà e quindi chi dice che questa riforma è di destra in qualche modo deve prendere atto di un dato di cronaca: non la voterà Forza Italia, non la voteranno Fratelli d'Italia, che abbiamo sentito intervenire e che la combattono duramente, non la voterà il MoVimento 5 Stelle, che quando è entrato in questa Aula voleva sedersi in maniera trasversale e però poi al Parlamento europeo una scelta di campo l'ha dovuta fare. È il campo delle destre, destre plurali e guardi Presidente, lo dico con grande rispetto, perché io credo nel pluralismo politico e credo che tutti i campi abbiano la loro dignità e la loro azione, ma queste forze non la voteranno. E non la voterà una forza indubbiamente di sinistra come Sinistra Ecologia e Libertà e anche alcuni colleghi deputati che sono entrati in questa Aula con il Partito Democratico e hanno fatto scelte diverse. Io non credo che questo sia un dramma, credo che nella storia della sinistra italiana vi siano da sempre connotazioni differenti.
Credo che se noi avessimo
provato a concentrare questo dibattito nel suo cuore, che è quello della scuola
dell'autonomia e della nostra capacità o meno di provare a dare gli strumenti
concreti, reali e possibili per realizzare la scuola dell'autonomia, quella
appunto della riforma Berlinguer di cui parlavamo prima, avremmo capito che su
questo ci dividiamo perché non è stato detto qui in maniera esplicita ma ascoltando
lungo questi mesi in maniera sistematica i veri nodi su cui noi ci
confrontiamo.
Io credo che il nodo sia quello:
c’è un'idea di una scuola nazionale, universale che deve essere uguale per
tutti e che pensa che nello stesso momento, alla stessa ora, si realizza la
stessa lezione con la stessa materia, con lo stesso contenuto, decisa
centralmente, in ogni parte d'Italia, indipendentemente dagli studenti che
abbiamo davanti, indipendentemente dal luogo in cui questa scuola è collocata,
indipendentemente dalle relazioni con quel territorio; e c’è una scuola, quella
appunto iniziata con quella riforma, che pensa che per raggiungere un obiettivo
universale, che è quello della crescita individuale, che è quello
dell'introduzione della mobilità sociale, che è innanzitutto culturale nei
cittadini, deve tendere a realizzare una scuola, se possibile, diversa per ogni
alunno. E per realizzare questa scuola diversa per ogni alunno, per dare a
ciascuno quello di cui ha realmente bisogno, crede di realizzarla nell'autonomia.
Crede nella possibilità, nella capacità che la comunità educante, che è la
comunità che si crea attorno alle nostre scuole, quella comunità che è fatta di
docenti, di genitori, di studenti, anche quelli più piccoli possono essere
coinvolti nel progettare la loro scuola – esistono dei progetti straordinari,
sperimentali che ho imparato in questo anno da alcuni miei colleghi – e,
soprattutto quelli più grandi, quelli che hanno già una capacità attiva di
partecipare all'elaborazione pedagogica; e poi esiste la comunità più larga: il
villaggio, la città, il paese che sta attorno a loro, le realtà produttive.
Tutte queste realtà possono in qualche modo contribuire a costruire quella
scuola. Come si fa a realizzare questo. Innanzitutto, c’è voluta un'inversione
di tendenza nelle risorse. Qui, noi crediamo, sia stata fatta la scelta più
importante: nel passato ci sono stati tagli, 8 miliardi di tagli, 85 mila posti
tagliati. Oggi ci sono gli investimenti: 3 miliardi che andranno a regime; un
miliardo nell'anno che rimane; le risorse per l'edilizia scolastica – su questo
poi vorrei dire un'ultima questione – e poi i famosi 160 mila posti. Alcuni
dicono stabilizzazioni, alcuni dicono docenti che c'erano già, alcuni dicono
meno di quelli di cui ci sarebbe bisogno. Discutiamone, quello che è certo è
che noi dal 1o di settembre avremo circa 48 mila insegnanti che
stabilmente dal primo giorno di lavoro staranno con i loro studenti. Questa è
una differenza significativa. Quante volte abbiamo detto che la continuità
didattica fa la differenza. Quante volte abbiamo detto, nell'esperienza
quotidiana della scuola, che cambiare due-tre volte durante l'anno insegnante è
uno dei danni maggiori che produce espulsione dalla scuola e che colpisce
soprattutto gli studenti che hanno più difficoltà, quelli che hanno meno
risorse familiari, hanno meno capacità di reagire a questa perdita che è
rappresentata dal continuo cambio di insegnante.
Poi ci saranno i 52 mila che, per la scelta che ha fatto il Senato, entreranno formalmente dal 1o settembre ma in realtà in cattedra durante l'anno. Quindi, dando a questo anno, a questa più scelta più significativa che ha fatto il Senato, che io condivido, un anno di organizzazione, di sperimentazione, di verifica e di attuazione (anche su questo vorrei dire un'ultima cosa). E poi ci sarà finalmente il concorso dei 60 mila; un concorso che noi riteniamo dovrà essere fatto in maniera innovativa, tentando di fare tesoro di tutto quello che quelle persone, che pensiamo di andare ad assumere definitivamente, in questi anni di insegnamento, di abilitazione, hanno costruito nel loro percorso, perché non arrivano dal nulla, arrivano alcuni da un lungo cammino nella scuola e verso la scuola. Tutto questo è un lavoro articolato, complesso e noi crediamo che l'inizio di questo percorso sia quello che avverrà domani, dopodomani, nelle prossime ore. Io non credo che quello che va in scena in quest'aula sia un epilogo. Io credo che quello che va in scena in quest'aula sia un inizio, l'inizio di un cambiamento nella scuola, l'inizio di un'inversione di tendenza.
Poi ci saranno i 52 mila che, per la scelta che ha fatto il Senato, entreranno formalmente dal 1o settembre ma in realtà in cattedra durante l'anno. Quindi, dando a questo anno, a questa più scelta più significativa che ha fatto il Senato, che io condivido, un anno di organizzazione, di sperimentazione, di verifica e di attuazione (anche su questo vorrei dire un'ultima cosa). E poi ci sarà finalmente il concorso dei 60 mila; un concorso che noi riteniamo dovrà essere fatto in maniera innovativa, tentando di fare tesoro di tutto quello che quelle persone, che pensiamo di andare ad assumere definitivamente, in questi anni di insegnamento, di abilitazione, hanno costruito nel loro percorso, perché non arrivano dal nulla, arrivano alcuni da un lungo cammino nella scuola e verso la scuola. Tutto questo è un lavoro articolato, complesso e noi crediamo che l'inizio di questo percorso sia quello che avverrà domani, dopodomani, nelle prossime ore. Io non credo che quello che va in scena in quest'aula sia un epilogo. Io credo che quello che va in scena in quest'aula sia un inizio, l'inizio di un cambiamento nella scuola, l'inizio di un'inversione di tendenza.
Ma quando dico «inizio» dico
anche la chiamata, per tutti noi, a lavorare molto nei prossimi mesi con la
scuola, a provare a ricostruire le fratture, a sanare le ferite, a provare a
dimostrare che le paure... le paure sono sempre legittime, perché le paure
fanno parte della vita e fa parte della natura umana avere paura e, in
particolare, avere paura di quello che non si conosce. Però, la capacità, in
particolare della politica, è di ascoltare le paure e di provare a dare una
mano a superare le paure.
Noi in questi mesi, tutti noi, siamo stati tante volte in dialogo con tanti insegnanti. A me l'ultima volta è capitata ieri sera, attorno alle 23. Ero a una festa democratica, ero lì con due insegnanti e parlavamo di quello che avremmo detto questa sera e di quello che avremmo fatto in queste ore. Ci sono tante informazioni diverse che sono girate in questi mesi. Gli insegnanti non si devono guardare da lontano ma si deve provare ad andarci a parlare, a guardarli negli occhi. Questo ci è capitato di farlo recentemente nella manifestazione del Pantheon, ma ci è capitato tante volte di farlo in questi mesi. Ebbene, ci si accorge che molti di loro conoscono bene quanto è stato scritto su questa riforma, hanno delle esigenze precise, anche di natura salariale, che sono sacrosante, perché sappiamo qual è la condizione degli insegnanti in Italia.
Noi in questi mesi, tutti noi, siamo stati tante volte in dialogo con tanti insegnanti. A me l'ultima volta è capitata ieri sera, attorno alle 23. Ero a una festa democratica, ero lì con due insegnanti e parlavamo di quello che avremmo detto questa sera e di quello che avremmo fatto in queste ore. Ci sono tante informazioni diverse che sono girate in questi mesi. Gli insegnanti non si devono guardare da lontano ma si deve provare ad andarci a parlare, a guardarli negli occhi. Questo ci è capitato di farlo recentemente nella manifestazione del Pantheon, ma ci è capitato tante volte di farlo in questi mesi. Ebbene, ci si accorge che molti di loro conoscono bene quanto è stato scritto su questa riforma, hanno delle esigenze precise, anche di natura salariale, che sono sacrosante, perché sappiamo qual è la condizione degli insegnanti in Italia.
Ma non è vero quello che viene
raccontato, cioè che gli insegnanti italiani sono contro questa riforma, anche
perché dentro quest'Aula almeno dovremmo imparare tutti a dirci che esistono le
opinioni diverse e che negli insegnanti italiani, come
in ognuno di noi, nessuno ha una certezza, nessuno porta in tasca la
verità e ci sono una pluralità di posizioni. Ci sono degli insegnanti che hanno
scioperato che noi guardiamo non solo con rispetto ma anche con una certa
ammirazione, perché chi combatte per le sue idee, per le sue convinzioni, non
può sempre che essere guardato con simpatia. Però, ci sono insegnanti che hanno
scioperato – e ce lo hanno detto – perché ritenevano giusto migliorare alcuni
punti della riforma; ce ne sono altri che hanno scioperato perché non
condividevano niente e ce ne sono molti altri che hanno scioperato perché
ritenevano che per loro il punto fondamentale fosse quello di riaprire una
contrattazione sindacale (e questo è poi quello che il sindacato deve fare, è
quello il suo compito).
Noi, invece, dobbiamo fare i
legislatori, dobbiamo provare ad essere classe dirigente e a dare gli strumenti
normativi per attuare, finalmente, appunto quella scuola dell'autonomia.
Allora, è questo percorso di accompagnamento che noi andremo a costruire e nei
prossimi mesi noi dovremo avere anche la capacità di farlo. Io credo che avremo
questa capacità, perché ho conosciuto personalmente chi, appunto, dopo avere
dedicato la vita alla scuola, nella scuola, sui banchi di scuola, nei diversi
ruoli della scuola ha portato avanti questa riforma. Noi dovremo avere la
capacità di ascoltare il ritorno delle norme che avremo creato, di seguire con
attenzione i decreti attuativi, di seguire con attenzione le deleghe importanti
che sono contenute in queste norme di legge e di provare ad accompagnare questa
realizzazione per fare in modo che funzioni nel modo migliore.
Se tutto questo è vero – ed è chiaro che ognuno di noi uscirà da qui probabilmente con le proprie convinzioni – io penso che però il tempo, come si dice, sarà galantuomo e noi ci rincontreremo nei prossimi anni, ci rincontreremo con quegli insegnanti e ci incontreremo soprattutto con quei bambini che, diventati grandi, avranno provato a vivere in una scuola diversa, magari in una scuola in cui ci sono meno ragazzini in una classe di quelli che ci sono oggi, magari in una scuola diversa anche come struttura.
Se tutto questo è vero – ed è chiaro che ognuno di noi uscirà da qui probabilmente con le proprie convinzioni – io penso che però il tempo, come si dice, sarà galantuomo e noi ci rincontreremo nei prossimi anni, ci rincontreremo con quegli insegnanti e ci incontreremo soprattutto con quei bambini che, diventati grandi, avranno provato a vivere in una scuola diversa, magari in una scuola in cui ci sono meno ragazzini in una classe di quelli che ci sono oggi, magari in una scuola diversa anche come struttura.
Avevo detto che volevo tornare
solo un momento, Presidente, sull'edilizia scolastica per dire questo: noi
certo dobbiamo riparare le scuole italiane, dobbiamo intervenire
sull'emergenza; però, dobbiamo anche iniziare – e nel provvedimento questo è
contenuto – a pensare anche a delle scuole nuove, fatte in maniera differente,
perché la didattica frontale è superata, perché le scuole come edifici
disegnano anche il modello di società e di scuola che tu vuoi realizzare e le
scuole che conosciamo noi, che sono molto spesso il primo impatto con lo Stato
che un bambino ha, non sono sicuramente un segno del futuro e dell'avvenire.
Io ci pensavo in questo fine
settimana: anni fa, negli anni Quaranta, negli anni Trenta, negli anni
Cinquanta, una famiglia povera, un bambino di una famiglia povera viveva in una
casa umile, dove c'erano magari due stanze in cui si viveva tutti, dove non
c'era il bagno in casa e quando andava a scuola andava in un luogo molto
migliore di quello da cui usciva al mattino. Oggi molto spesso i nostri
ragazzi, quando vanno a scuola, vanno in un luogo molto peggiore rispetto a
quello da cui escono di casa al mattino. Questo è un grande problema,
perché anche il luogo in cui tu entri, anche l'edificio in cui tu entri,
costruisce una parte del fascino e dell'idea di futuro che tu vuoi creare.
Questo Paese ha affrontato negli ultimi anni tante delusioni e
la politica ha dato a questo Paese molte delusioni. Io credo che parte del
problema che noi abbiamo da affrontare sia questo: ci sono troppe persone che
ormai non ci credono più. Io rispetto tutti coloro che credono alle loro idee,
ho grande ammirazione per chi in questa Aula la pensa diversamente da me e
combatte contro questa norma perché ci crede veramente, se il suo pensiero è
autentico, se non è soffiare sul fuoco della protesta solo per utilizzare un
facile consenso. Noi crediamo profondamente al nostro progetto educativo che
con questa legge inizia a realizzarsi e l'impegno del Partito Democratico, in
particolare, e di questa maggioranza di Governo sarà quello di andare fino in
fondo insieme agli insegnanti, insieme agli studenti, insieme ai genitori, per
realizzare una scuola nuova dell'autonomia, che accompagni i ragazzi, che li aiuti
ad essere sempre più cittadini e uomini del futuro e migliori."
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