martedì 8 marzo 2022

Novità di vita

Ci è voluto un po' di tempo, ma alla fine è arrivato il momento anche per noi: c'è un bimbo che cresce nella mia pancia giorno dopo giorno. Molti di voi se ne erano accorti da quando mi avete vista rifiutare cene di Natale, alcolici, sushi, avere attacchi di nausea improvvisi, fare analisi comparate degli asili nido di tutta la città (ancora in dubbio su quale scegliere, scrivete pure per esperienze e referenze) e degli ospedali di mezza Lombardia (per fortuna grazie all'età ho ascoltato innumerevoli racconti di parti altrui negli anni e ho trovato il posto giusto, con epidurale gratis e cesareo programmato per scelta materna), postare foto di donne visibili col pancione o bimbi piccoli, per precisare che gli stereotipi su cosa devono essere o non essere le mamme no, non me li dovete piazzare perché non troveranno posto nelle nostre teste. Facebook lo ha saputo subito, perché mi pubblicizza solo giocattoli e passeggini fin dal primo test di gravidanza: pare che Mark Zuckerberg abbia più info del medico! 

Dopo 4 anni di tentativi, giorni calcolati con appositi test, controlli di ogni genere, alla fine dopo l'estate scorsa abbiamo smesso di calcolare ormai convinti che non sarebbe comunque arrivato più, e invece proprio a novembre, probabilmente il giorno del nostro anniversario, pare ci fosse un ovulo funzionante in circolo. Così per caso, tra l'altro accolto da alcol e sushi giusto per essere sana fin da subito. 

Ora che il periodo a rischio è superato dunque, è tempo di annunciare che io e Stefano diventeremo mamma e papà, anzi genitore 1 e genitore 2 (dove 1 però è lui perché sarà il primo che le educatrici dell'asilo dovranno disturbare in ordine di priorità). Saremo pronti? Non credo proprio, sicuramente non siano pronti finanziariamente a mantenere una terza persona per 30 anni, ma se non lo siamo ora non lo saremmo stati comunque mai. Termine previsto il 17 di agosto, un periodo bellissimo perché ho sempre pensato che con i vestiti estivi il pancione sia più gestibile e portabile. Il nome per ora non si rivela (anche se l'abbiamo scelto da 4 anni), certamente avrà doppio cognome: de Benedittis Maranesi.

Certamente siamo riusciti fin da subito a gestire le relazioni esterne in un'ottica di evitare trasmissione di stereotipi e richieste di adeguamento ad uno standard, e sto provando a rivolgermi solo a professionisti che abbiano un approccio olistico alla mamma e mettano al centro la mia soggettività. Il mio tavolo di lavoro sui congedi parentali per i neopapà non era casuale, ma per fortuna Stefano lavora in una grande azienda dove non ci sono problemi a dare i congedi facoltativi e dove anzi c'è un'integrazione salariale per i congedi parentali. 

Ma se sono così alla 17° settimana come sarò alla 38°/40°?



lunedì 7 marzo 2022

Guerre da fermare, una pace da abitare

Siamo donne delle istituzioni e delle associazioni, di partito e senza partito, di fede e senza fedi, vogliamo essere donne con il cuore multicolore e i piedi per terra. Abbiamo pensieri e storie diverse ma oggi l’unico pensiero è per la pace, contro la guerra, le armi e ogni forma di aggressione. Il territorio di Bergamo è diventato drammaticamente famoso nei due anni di pandemia e noi donne sappiamo quanto è costato far fronte all’emergenza: di colpo è stato visibile ed evidente come i lavori della cura e della relazione siano centrali e indispensabili. Bergamo è la provincia del volontariato, che sappiamo essere a maggioranza femminile, e le pratiche di solidarietà e di accoglienza di profughe e profughi sono già attive. Ma non vogliamo che le donne vengano considerate ancora una volta come le “crocerossine” del mondo, come coloro che si limitano a cercare di curare le ferite delle tragedie. Siamo confuse, arrabbiate, impotenti di fronte all’aggressione violenta di Putin, all’esibizione di un potere maschile che vuole cancellare democrazia, libertà, autonomia. 
Non vogliamo però che questi sentimenti ci lascino “senza parole”: le nostre emozioni e le nostre riflessioni camminano insieme, i pensieri e le pratiche si radicano nei nostri corpi e nelle nostre esperienze. Per questo non vogliamo che ancora una volta immagini di donne, bambini e bambine vengano “usate” per travolgere con un’emotività di superficie le nostre capacità di pensiero critico. Critico nei confronti di chi accusa pacifiste e pacifisti di coltivare ideali illusori e buoni sentimenti che non fanno i conti con la dura realtà e con la storia: è proprio dalla lettura della storia dei conflitti anche recenti, che abbiamo imparato che la guerra non si contrasta con le armi e la violenza. L’Italia e l’Europa hanno abbattuto il tabù dell’invio di armi offensive a Paesi belligeranti: noi pensiamo che questo “tabù” vada salvaguardato e che vada perseguito con ogni mezzo il tentativo di dialogo e mediazione. Non pensiamo sia necessario assumere la logica della guerra e della violenza per essere dalla parte di donne e uomini ucraini. Quando parlano le armi le donne vengono cancellate. Quando parlano le armi le donne vengono costrette a dimenticare la propria storia personale e collettiva e arruolate nello stato di necessità. Viene cancellata la storia politica che ha chiesto diritti senza esclusioni, che ha mutato le relazioni umane senza dichiarare nemici, che ha saputo agire pratiche di pace anche in guerra. Noi sappiamo che le armi sono il problema (anche quelle che da sempre vengono vendute con enormi profitti e acquistate dagli Stati con enorme spreco di risorse) e il nazionalismo non è la soluzione. Lavorare per la pace significa avere il coraggio del disarmo e inventare possibilità di dialogo che fermino ogni aggressione. L’azione nonviolenta a favore della pace in ogni territorio richiede la capacità di trovare parole convincenti, passi decisivi, condivisioni concrete e fattive. 
Non confondiamo popoli e governi, non confondiamo condizioni e vissuti; le minacce, le bombe che cadono sulla tua casa, le armi puntate, costringono a scelte difficili: sosteniamo le donne russe e ucraine che hanno il coraggio di parlare contro la guerra rischiando in prima persona, così come sappiamo aprire le nostre case per accogliere chi fugge dalla guerra senza fare distinzioni. 2 La democrazia italiana è nata nei lager, nelle carceri, al confino, in esilio, sulle montagne e nelle campagne, nelle fabbriche e nelle case dove un popolo disperso di donne e uomini ha trovato le radici del proprio essere nella storia, scegliendo quella democrazia che oggi ancora garantisce la nostra cittadinanza. Noi possiamo lavorare perché l’Europa si dichiari continente neutrale cominciando da ogni singolo Stato. L’art. 11 della Costituzione afferma che l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali: questo ci sostiene nella richiesta di immediate azioni diplomatiche e ci impegna ad avviare un confronto partecipato su che cosa significhi costruire un ordine fondato sulla sovranità disarmata. Ricordiamo che dall’Europa è partito il colonialismo e la ricchezza europea si è costruita con l’imperialismo, ma in Europa è cresciuto anche il sogno di libertà, uguaglianza e giustizia che ha alimentato la nascita della democrazia. 
Oggi la guerra è, come sempre, lo strumento per la ridefinizione dei poteri e l’appropriazione delle risorse: per questo le donne, ancora considerate risorsa, vengono zittite e arruolate in una rinnovata subalternità. Oggi ci sono tra noi donne che hanno responsabilità e potere di decisione. Siamo donne che sanno operare scelte e vogliamo fare la differenza. È tempo di cominciare un’altra storia, quella in cui la parola guerra diventa termine arcaico di un linguaggio caduto in disuso. Oggi rivendichiamo la pace, vogliamo che sia attuata ogni pratica di risoluzione dei conflitti, che si percorra ogni mediazione che salvi vite e territori. Non è un cammino già tracciato ma ogni strada si fa camminando insieme. 

BERGAMO, 2 marzo 2022

Seguono 423 firme di donne di tutta la Lombardia 



mercoledì 2 marzo 2022

Il post pandemia, il conflitto in Ucraina e la nostra capacità di andare avanti

Ogni crisi (dal greco antico κρίσις, “discernimento, separazione, giudizio” ma anche “punto di svolta”, a sua volta dal verbo κρίνω, “separare, scegliere, decidere”) dovrebbe essere colta come occasione per vedere con occhi diversi, aprirsi a nuove opzioni. Mi pare che invece gran parte dei problemi causati dalla pandemia si sia cercato di risolverli tornando il prima possibile a "tutto come prima", senza neanche mantenere le buone abitudini come la mascherina, e vedo un metodo uguale di fronte ad una possibile escalation di violenza nel conflitto ucraino e ad un'eventuale crisi energetica: nessuna innovazione, nessun metodo diverso, nessuna intenzione di provare strade che portino ad un altro risultato. Solo un tentativo di perpetuare un'abitudine, un "si è sempre fatto così". Un tentativo di tornare in fretta e furia sulla strada conosciuta, per esempio l'invio immediato di armi, o la necessità di separare le famiglie bloccando gli uomini ucraini tra i 18 e i 60 anni nel loro Paese dando per scontato che chi è nato con un pene sia disponibile a sparare (?). Persino di fronte all'ipotesi di una crisi energetica si è subito pensato di riaprire 7 centrali al carbone, come non avessimo mai parlato di transizione ecologica: troppo faticoso pensare di riaffrontare il problema da un altro punto di vista, troppo complesso pensare di diversificare e andare verso la cura dell'ambiente. Evidentemente meglio utilizzare la guerra come strumento per dire "cancelliamo tutte le battaglie pregresse" e rimettere in campo i soliti metodi.

Esattamente come avvenuto con la pandemia, nel momento in cui qualcosa interviene e dà l'opportunità ai vecchi metodi e al potere costituito di riprendersi i suoi spazi, parità di genere, diritti, transizione ecologica e tutte le battaglie degli ultimi decenni vanno a quel Paese. Persino la cultura oggi è diventata uno strumento politico, con direttore d'orchestra e soprano impossibilitati a lavorare perché non volevano prendere una posizione politica, la giovanissima italiana ballerina del Bolshoy che decide di restare a Mosca che sembra un'aliena (perché mai dovrebbe rientrare?), e ieri persino la denuncia su Instagram di un docente della Bicocca a cui viene comunicato che il suo corso su Dostoevskij non d'ha da fare. Per ragioni di opportunità, dichiara inizialmente l'Università, poi quando dai social media si scopre che il politically correct non era quello che sembrava, l'Università ritratta e peggiora la situazione, inventando una sorta di necessità di riequilibrio delle posizioni, inserendo autori ucraini nel corso su Dostoevskij, manco fosse una campagna elettorale con par condicio!

"Il cielo era così stellato, così luminoso che, guardandolo, non si poteva fare a meno
di chiedersi come è possibile che sotto un cielo così possano vivere uomini senza pace"