lunedì 20 ottobre 2014

Cultura: Il motore dello sviluppo. Un cambio di passo per il Paese.

Cultura: Il motore dello sviluppo. Un cambio di passo per il Paese. | PD - Gruppo della Camera


"La diffusione della cultura
è una precondizione della democrazia. La comprensione dei beni
artistici e paesaggistici e del loro valore è la chiave della loro
difesa. Non esiste contrasto tra tutela e valorizzazione.
Con la cultura si mangia, si fa il pane e soprattutto si semina il grano. La cultura non è un giacimento da sfruttare ma un campo da coltivare perché dia i suoi frutti."

Una grande occasione di incontro e confronto con i massimi esperti del settore sabato 25 ottobre in Villa Reale a Monza. 

giovedì 16 ottobre 2014

Alcuni dati sui lavoratori italiani.


Totale lavoratori in Italia: 
24.732.598 a tempo indeterminato (non tutti protetti da art.18 visto che in alcune aree ci sono molte piccole imprese che mandano avanti l’economia)
3.348.124 precari di vario genere
2.905.433 disoccupati  
fonte qui.

Iscritti alla CGIL (anno 2013, fonte qui)
lavoratori 2.698.012 di cui NIDIL (precari vari) 67.632 
pensionati 2.988.198
totale 5.686.210 
- 0,46 % rispetto all'anno precedente secondo me sono solo i pensionati che sono morti nel corso dell'anno.
Non sono proprio sicura che la Camusso e Landini rappresentino gli interessi di tutti i lavoratori. Forse di una parte di essi.

Iscritti alla CISL (sempre per l'anno 2013, qui trovate i dati completi)
lavoratori 2.311.276 di cui somministrati autonomi atipici: 43.796
pensionati 2.006.515
totale 4.372.280 (sì i conti non tornano perché c'è una piccola categoria speciale) 

Ora quello che io vedo è che sommando i lavoratori iscritti ai due sindacati maggiori (quasi tutti a tempo indeterminato analizzando i dati nel dettaglio) si hanno meno di 5 milioni di persone su 28 milioni di lavoratori che in qualche modo contribuiscono allo Stato, il che significa che anche se i sindacati hanno più potere contrattuale chiaramente non rappresentano tutti i lavoratori, ma ce ne sono altri che non hanno voce. Che non hanno potere contrattuale. Che per la tipologia stessa di lavori che svolgono probabilmente non ha neppure senso che si uniscano in una macrocategoria.
Comunque, il cambiamento dovrebbe avvenire in modo più blando e dovrebbe essere un cambiamento prima nella testa delle persone e poi nella loro vita, un cambiamento imposto genera sempre un qualche scontento e molte persone sono impreparate a vedersi in altri ruoli, a formarsi, reinventarsi. Ciò non toglie che qualora lo facciano potrebbero comunque ritrovarsi ad avere una vita migliore della precedente, magari non subito ma sicuramente la possibilità di interpretare la flessibilità come un'opportunità e non come un handicap è qualcosa che soprattutto le persone giovani dovrebbero interiorizzare senza paura. 

martedì 7 ottobre 2014

Migrantes: Presentato il Rapporto Italiani nel Mondo 2014

Oltre 4 milioni e mezzo gli italiani residenti all’estero, più di 94 mila emigrati nell’ultimo anno

La Fondazione Migrantes ha presentato oggi, 7 ottobre, a Roma, il Rapporto Italiani nel Mondo 2014 (ed. Tau). Giunto alla nona edizione, il RIM è uno strumento culturale che si propone di trasmettere informazioni, nozioni, conoscenze sull’emigrazione italiana del passato e sulla mobilità degli italiani di oggi ad un pubblico vasto con un linguaggio semplice e immediato.
Per una maggiore comprensione delle partenze di oggi dall’Italia, che hanno raggiunto nel 2013 il numero di 94.000 persone – cifra superiore ai flussi dei lavoratori immigrati in Italia -, in questa edizione, oltre i dati del consueto database centrale dell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, si sono analizzate e descritte anche le iscrizioni all’AIRE con la sola motivazione dell’espatrio avvenute nel corso del 2013.
Questi dati, insieme alle riflessioni sull’emigrazione interna, sulla mobilità per studio e formazione e dei ricercatori italiani, dei frontalieri nel Canton Ticino e il confronto con gli spostamenti degli italiani nell’ambito dei principali paesi europei, offrono un quadro articolato sul significato della mobilità italiana di oggi, sulle sue caratteristiche, sui trend che segue e sulle novità che emergono.
La prospettiva storica è prerogativa fondamentale di questo annuario soprattutto perché affiancata alla riflessione sull’attualità con indagini non solo su specifiche situazioni territoriali di partenza e di arrivo, ma anche sull’idea che i media trasmettono della mobilità, il desiderio di partire e quello di tornare dei nostri connazionali. Alle indagini seguono le riflessioni su temi particolarmente attuali, che vengono poi riferite al territorio attraverso le testimonianze di esperienze contemporanee.
Segue lo Speciale Eventi in cui la prima parte è dedicata alla Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato e la seconda che, in previsione dell’Expo di Milano del 2015, ospita una serie di saggi che testimoniano sia la storica presenza della Chiesa alle Esposizioni nazionali e internazionali (i vescovi Bonomelli e Scalabrini, la madre Cabrini) che l’impegno e il legame dell’Italia emigrata con la ristorazione e il cibo (l’identità culinaria, la globalizzazione di piatti tipici e la prospettiva linguistica di italianismi e marchi associati al mondo della nutrizione e il contributo italiano alla cooperazione allo sviluppo nel settore dell’alimentazione).
Il caso italiano è emblematico: la diaspora del secolo della grande migrazione (1876-1976) è stata il più importante veicolo di diffusione di un modello alimentare che è penetrato nelle cucine dei molti paesi di destinazione. La cucina italiana non è stata esportata solo da una minoranza di professionisti dell’arte culinaria, ma è stata creata nei molti luoghi raggiunti dall’emigrazione dei connazionali nella dimensione privata, largamente inconscia e trasmessa oralmente.
Nella parte finale del volume, la sezione degli allegati in cui si è voluta inserire, a corredo delle numerose tabelle riassuntive, la bibliografia ragionata delle pubblicazioni editate dalla chiusura editoriale del Rapporto Italiani nel Mondo 2013.
Nel mondo sono 4.482.115 i cittadini italiani residenti all’estero iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) al 1° gennaio del 2014.
L’aumento in valore assoluto rispetto al 2013 è di quasi 141 mila iscrizioni, il 3,1% nell’ultimo anno. La maggior parte delle iscrizioni sono per espatrio (2.379.977) e per nascita (1.747.409).
Lungo il corso del 2013 si sono trasferiti all’estero 94.126 italiani – nel 2012 sono stati 78.941 – con un saldo positivo di oltre 15 mila partenze, una variazione in un anno del +16,1%.
Per la maggior parte uomini sia nel 2013 (56,3%) che nel 2012 (56,2%), non sposati nel 60% dei casi e coniugati nel 34,3%, la classe di età più rappresentata è quella dei 18-34 anni (36,2%). A seguire quella dei 35-49 anni (26,8%) a riprova di quanto evidentemente la recessione economica e la disoccupazione siano le effettive cause che spingono a partire. I minori sono il 18,8% e di questi il 12,1% ha meno di 10 anni. Il Regno Unito, con 12.933 nuovi iscritti all’inizio del 2014, è il primo Paese verso cui si sono diretti i recenti migranti italiani con una crescita del 71,5% rispetto all’anno precedente. Seguono la Germania (11.731, +11,5% di crescita), la Svizzera (10.300, +15,7%), e la Francia (8.402, +19,0%)
Dall’Italia dunque non solo si emigra ancora, ma si registra un aumento nelle partenze che impone nuovi interrogativi e nuovi impegni. Ed è questo l’impegno che la Fondazione Migrantes si è imposta soprattutto alla luce degli ultimi sviluppi e dell’incremento numerico degli spostamenti che riguardano oggi migliaia di giovani, mediamente preparati o altamente qualificati, con qualifiche medio alte o privi di un titolo di studio.
Solo quando ci si convincerà delle opportunità che un italiano ha fuori dell’Italia di arricchire e valorizzare il Paese in cui è nato, probabilmente si capirà cosa significhi effettivamente parlare di “risorsa migrazione”, dove per ricchezza non si intende solo quella economica, ma anche tutto ciò che di positivo ritorna in termini culturali.
Per oltre un secolo l’associazionismo italiano all’estero ha supplito all’assenza dello Stato e sovente ancora oggi è rintracciabile questa peculiarità di mutuo soccorso tra i membri, una tradizione di solidarietà reciproca che è entrata a far parte di un modo di essere e di operare dell’italiano fuori dei confini nazionali. Dopo un lungo periodo di riflessione, 16 Federazioni nazionali delle associazioni degli italiani all’estero, assieme al Coordinamento delle consulte regionali dell’emigrazione, hanno lanciato il percorso di avvicinamento agli Stati Generali dell’Associazionismo di emigrazione che si svolgerà all’inizio del 2015.
Resta, inoltre, prioritario il rinnovo degli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero e l’effettivo ripensamento, in termini di migliore razionalizzazione, degli interventi a favore dei connazionali fuori dei confini italiani sia per il loro sostegno se in condizione di deprivazione e disagio, che per la promozione della lingua, della cultura italiana e del made in Italy all’estero e per le opere di internazionalizzazione.

lunedì 6 ottobre 2014

I pensieri lunghi di Enrico Berlinguer

Una grande lezione di storia, di politica, di vita quella offertaci da Aldo Tortorella sabato pomeriggio a Monza. Un omaggio appassionato e vivo al leader del Partito Comunista, un ricordo disincantato e vero da parte di un amico che è stato responsabile Cultura nella segreteria di Berlinguer e che ha saputo sottolinearne l'unicità e la grandezza storica. Un incontro all'interno dell'iniziativa "NOTTE ROSSA 2014" organizzata dalla fondazione Quercioli. Sicuramente una grande occasione di approfondimento culturale e di riflessione sui cambiamenti della società e sulla condizione della democrazia oggi, e del valore alto del compromesso storico ricordata anche dall'on. Roberto Rampi che ha partecipato all'iniziativa.

La riforma della scuola: dite la vostra

Amici e lettori, è in corso una consultazione sulla riforma della scuola a cui potete partecipare per dire la vostra.
Si tratta di un questionario suddiviso in 7 sezioni, molto articolato e dettagliato per avere un'opinione sulle singole tematiche.
La consultazione è aperta fino al 15 novembre, non è obbligatorio finire tutte le domande in un unico momento ma potete rientrare a rispondere successivamente. Questo per darvi la possibilità di leggere nel dettaglio le 136 pagine della proposta anche in momenti separati prima di dare un'opinione.
Siete tutti invitati a partecipare.

domenica 5 ottobre 2014

La febbre del lunedì mattina

Uno studio della CGIA di Mestre che si riferisce al 2012 presenta i dati sui certificati per malattia suddivisi per regioni italiane. La media italiana dei giorni di malattia richiesti è di 17,71 giorni all'anno, per un totale di 106 milioni di giornate perse distribuite fra 6 milioni di lavoratori. Gli altri hanno un forte sistema immunitario.
I più sani in Veneto e Trentino Alto Adige, rispettivamente con una media di 15,5 e 15,3 giorni di assenza.
Neve, freddo, strade ghiacciate e alluvioni a quanto pare hanno rinforzato il sistema immunitario.
Insomma, quando vi dicono "pensa alla salute" d'ora in avanti sarà indispensabile una ciaspolata quotidiana invece di una passeggiata sotto il sole.
Malissimo invece il caldo e il mare della Calabria, dove la media di assenze è di 34,6 giorni a testa e nel settore privato è al 41,8 giorni (il giorno di riposo infrasettimanale non si nega a nessuno insomma). Molto cagionevoli anche i siciliani con una media di 19,9 giorni di malattia all'anno a testa e i campani una media di 19,4 giorni, seguono a ruota i pugliesi con 18,8 giorni. La costiera amalfitana è leggermente più apprezzata del Gargano per le gite nei giorni feriali.
Un dato curioso: su 13.365.713 certificati di malattia presentati nel corso dell'anno 2012, il 30,7 % (più di 4 milioni) sono stati presentati di lunedì. La febbre del sabato sera l'abbiamo lasciata alla generazione precedente, quella che faceva le battaglie per i diritti, ora l'abbiamo trasferita in una fascia oraria più consona al riposo dopo i lavori fai-da-te in casa e giardino dei giorni festivi.
E pensare che mio nonno è andato per 20 anni in bici a Paderno Dugnano e faceva pure i turni di notte. Ma come dicono alcuni vecchi, "non c'è più la nebbia di una volta".

giovedì 2 ottobre 2014

"io so chi sei": sicura?

Una di quelle situazioni imbarazzanti in cui ci si imbatte:

Vecchina: "ma io lo so chi sei tu!"
Io: "ah, ok" (nella mia testa: bello, perché io invece non lo so quindi è bellissimo che tu abbia la supponenza di sapere chi sono io)
Vecchina: "tu sei la nipote di tua nonna"
Io: "... beh sì"

Sfido chiunque a negare di essere il nipote di sua nonna. Abbastanza tautologica come affermazione ...
Comunque la riflessione che mi ha accompagnato nel pomeriggio di oggi e a cui non ho trovato soluzione è: abbiamo una definizione univoca del verbo conoscere? Conoscere di vista, conoscere perché si è andati a fondo a scoprire la natura dell'altro, conoscere un punto di vista su un fatto, conoscere più punti di vista su un fatto, conoscere in senso biblico?
Quante volte pensiamo di conoscere qualcuno e in realtà conosciamo di quella persona solo qualche gossip, al 3° o 4° passaggio di passaparola, e spesso informazioni riassunte a cui mancano tutti i precedenti, le parole, gli sguardi, le comunicazioni non verbali, i toni di voce, le confidenze nei momenti bui?
Mi sono guardata intorno e ho osservato un po' più attentamente, quanto vociare! Quante persone che consideriamo di fiducia ci riferiscono presunti "fatti" che poi si rivelano in realtà opinioni di altri malinformati e che hanno trasformato e trasmesso le informazioni ricevute sulla base di filtri personali, oltre che di una grande sintesi.
In anni di studio delle lingue ma anche al liceo quando si facevano i temi, ricordo di aver fatto innumerevoli riassunti. E' un classico il riassunto, come il bigino, lo schema a fine capitolo del libro di storia etc.
La caratteristica principale del riassunto, della sintesi, del bigino, dello schema in fondo al capitolo, era sempre la stessa: la mancanza di descrizione della complessità, la mancanza di contesto, la mancanza di dettagli e di tutte le sfumature.
Ricordo ancora quando all'ultimo anno di liceo il nostro prof di storia e filosofia, fancazzista e sempre malato per finta, stufo di lavorare perché gli mancava poco alla pensione, ci disse che il pezzo dal 1939 al 1945 lo avrebbe saltato perché potevamo guardarcelo su un bigino in quanto erano solo fatti (?).
Fu un piccolo trauma. 
A questo elemento "sintesi-tutto in un tweet" aggiungiamo un effetto "telefono senza filo" e il gioco è fatto.
Comunque dopo tutta questa inutile riflessione, a chi dovesse interessare posso confermare che sono in effetti nipote di mia nonna.
Anzi per precisare di entrambe, anche di quella che la signora non conosceva.

mercoledì 1 ottobre 2014

La bella storia di Gaetano

Una storia bellissima, un papà di Santeramo (Bari) che passa tutta la sua giornata in auto fuori dalla scuola della figlia perché la ragazza è malata e ha bisogno di costante assistenza. Domanda provocatoria: se al posto dell'uomo ci fosse stata la donna, quindi una madre che rinuncia al proprio lavoro per assistere una figlia malata invece del padre, qualcuno si sarebbe accorto della bellezza del gesto? o meglio: qualcuno avrebbe pensato che non è scontato che si debba rinunciare alla propria professione per i figli in caso di malattia? Perché ho in mente casi di genitori in cui la donna ha dovuto rinunciare per un anno a lavorare per assistere la figlia gravemente malata ed è stato dato talmente per scontato, che alla domanda: "perché non l'ha fatto lui?" ero stata pesantamente criticata per una presunta incapacità di comprensione.

Il TFR in busta paga? Una fregatura.

"Meglio un uovo oggi che una gallina domani" si sente dire, ma se le uova non ci fossero più per nessuno poi?
A parte il fatto che:

- il trattamento di fine rapporto matura interessi nel corso degli anni, cosa che non accadrebbe riscuotendo subito
- la tassazione del tfr è diversa da quella dello stipendio, quindi bisognerebbe poi verificare che per volontà o errore non si finisca con un livellamento su una tassazione unica, che poi finisce con l'essere la più alta
- a scadenza di contratto, fa comodo avere un gruzzolo da spendere tutto insieme, anche fossero pochi mesi di lavoro, perché con quei soldi si tira avanti nei mesi tra un contratto e l'altro
- qualora una persona venisse licenziata, il tfr insieme alla buonuscita permette di avere una somma più consistente con cui una persone può almeno valutare di aprire un'attività in proprio, o se si tratta di 20 o 30 anni di lavoro anche magari di estinguere il mutuo.
- per le piccole aziende sostenere questo costo potrebbe tramutarsi in un boomerang, perché dovrebbe indebitarsi per pagare quel poco in più di stipendio, o rinunciare magari ad altri investimenti. Non credo che in un periodo come questo sia sano chiedere alle aziende di rivolgersi sempre più alle banche, un'impresa che vuole stare in piedi da sola non deve aver bisogno delle banche per sopravvivere, è parte di un sistema economico malato che va corretto e che deresponsabilizza gli imprenditori incapaci senza necessariamente andare a premiare quelli capaci.

Detto questo, credo che il problema fondamentale sia che come al solito in Italia fatta la legge, trovato l'inganno, e qui l'inganno a me sembra molto visibile:
un datore di lavoro (per es. nel CCNL metalmeccanico) che sa che pagandoti un 4° livello finisce col darti 60 € in più al mese, il prossimo giovane che assume lo mette al 3° livello invece che al 4°. Punto. E già sappiamo che a molti giovani non è mai concesso il passaggio dal 5° al 6° livello per via di tutti gli anziani precedenti che una volta raggiunti il 6° e 7° livello se ne sono approfittati, lavorando poche ore e non facendo straordinari nonostante quei livelli avessero una grande maggiorazione di circa 200 € di differenza tra il 5° e il 6° prima degli 80 € di Renzi che per fortuna hanno livellato un po' aumentando il 5° e lasciando il 6° così com'è perché il limite dei 26.000 € lordi all'anno cade proprio tra i due.
Ora ci manca solo che i datori di lavoro inizino ad assumere giovani al 3° o al 4° livello, per mansioni talvolta anche molto più utili al fatturato dell'azienda di chi stabile e fancazzista rimane ai piani alti ...

mercoledì 24 settembre 2014

Emma Watson: Vi invito a fare un passo avanti e a domandarvi: se non io chi? Se non ora quando?

#‎HeforShe‬
Uguali diritti, uguali doveri.
E' arrivato il momento di unire le forze.

"Oggi lanciamo una campagna chiamata #HeForShe. Mi sto rivolgendo a voi perché abbiamo bisogno del vostro aiuto. Vogliamo porre fine alla disparità di genere e, per farlo, abbiamo bisogno del coinvolgimento di tutti. Questa è la prima campagna nel suo genere all’ONU, vogliamo spronare tanti più uomini e ragazzi possibili ad essere dei sostenitori del cambiamento. E non vogliamo solo parlarne. Vogliamo assicurarci che sia tangibile.
Sono stata eletta ambasciatrice di buona volontà dell’ONU Donne sei mesi fa, e più ho parlato di femminismo e più mi sono resa conto che troppo spesso combattere per i diritti delle donne diventa sinonimo di odiare gli uomini. Se c’è una cosa che so con certezza è che questo deve finire. Per la cronaca, il femminismo per definizione è la convinzione che uomini e donne debbano avere pari diritti, pari opportunità. E’ la teoria dell’uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi. Ho cominciato a mettere in dubbio le supposizioni basate sul genere tanto tempo fa. Quando avevo 8 anni ero confusa dal fatto che mi definissero dispotica perché volevo dirigere le recite che allestivamo per i nostri genitori; ma ai maschi non succedeva. Quando a 14 anni, ho cominciato ad essere sessualizzata da certi elementi dei media. Quando a 15 anni, le mie amiche hanno cominciato ad abbandonare le squadre degli sport che amavano perché non volevano apparire muscolose. Quando a 18 anni, i miei amici [maschi] non erano capaci di esprimere i loro sentimenti… ho deciso che ero femminista e la cosa mi sembrava tutt’altro che complicata. Ma le mie ricerche più recenti mi hanno dimostrato che “femminismo” è diventata una parola impopolare. Le donne si rifiutano di identificarsi come femministe. A quanto pare, [io] sono tra le schiere di donne le cui parole sono percepite come troppo forti, troppo aggressive, isolanti e anti-uomini, persino non attraenti. Perché è diventata una parola tanto scomoda?
Provengo dalla Gran Bretagna e penso che sia giusto che io sia pagata tanto quanto le mie controparti maschili; penso che sia giusto che io sia in grado di prendere delle decisioni che riguardano il mio corpo; penso che sia giusto che le donne vengano coinvolte in mia vece [nella politica] in quelle decisioni che influenzeranno la mia vita; penso che sia giusto che socialmente mi sia garantito lo stesso rispetto che è garantito agli uomini. Ma sfortunatamente, posso dire che non c’è neanche una nazione al mondo in cui le donne possono aspettarsi di ricevere questi diritti. Nessuna nazione al mondo può dire di aver raggiunto la parità dei sessi. Considero questi diritti dei diritti umani.
Ma io sono una delle donne fortunate. La mia vita è un vero e proprio privilegio perché i miei genitori non mi hanno voluto meno bene perché sono nata femmina; la mia scuola non mi ha limitata perché ero una ragazza; i miei mentori non hanno presupposto che sarei andata meno "avanti" perché un giorno avrei potuto avere un figlio. Queste influenze, sono stati gli ambasciatori per la parità dei sessi che mi hanno resa chi sono oggi. Potrebbero non esserne consapevoli, ma sono quei femministi involontari che stanno cambiando il mondo oggi. Ne abbiamo bisogno in numero maggiore. E se ancora odiate la parola: non è la parola che è importante, ma l’idea e l’ambizione che ci sta dietro. Perché non tutte le donne hanno ricevuto i miei stessi diritti. Statisticamente, sono molto poche ad averli ricevuti.
Nel 1997, Hilary Clinton fece un famoso discorso a Pechino sui diritti delle donne. Tristemente, molte delle cose che voleva cambiare allora, sono ancora vere oggi. Ma quello che mi ha colpito di più, è che meno del 30% del pubblico era composto da uomini. Come possiamo influire sul cambiamento nel mondo quando solo la metà di esso è invitato o si sente benvenuto a partecipare alla conversazione?
Uomini. Vorrei cogliere quest’occasione per estendervi un invito formale. La parità di genere è anche un problema vostro. Perché fino a questo momento, ho visto il ruolo di mio padre considerato meno importante dalla società, nonostante da piccola avessi bisogno della sua presenza tanto quanto quella di mia madre. Ho visto giovani uomini affetti da malattie mentali, incapaci di chiedere aiuto per paura di apparire meno virili, o meno uomini. Infatti, nel Regno Unito il suicidio è la prima causa di morte degli uomini tra i 20 e i 49 anni, eclissando incidenti stradali, cancro e malattie cardiache. Ho visto uomini resi fragili ed insicuri dalla percezione distorta di cosa sia il successo maschile. Neanche gli uomini beneficiano dei diritti della parità di genere. Non parliamo molto spesso di come gli uomini siano imprigionati dagli stereotipi di genere, ma riesco a vedere che lo sono. E quando ne saranno liberati, come conseguenza naturale le cose cambieranno anche per le donne. Se gli uomini non devono essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno in dovere di essere sottomesse. Se gli uomini non devono controllare, le donne non dovranno essere controllate. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere sensibili. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere forti. E’ tempo di concepire il genere su uno spettro, e non come due serie di valori opposti. Se smettiamo di definirci l’un l’altro in base a cosa non siamo, e cominciamo a definire noi stessi in base a chi siamo, possiamo essere tutti più liberi. Ed è di questo che si occupa He For She. Di libertà.
Voglio che gli uomini prendano su di sé questo impegno, così che le loro sorelle, madri e figlie possano essere libere dai pregiudizi, e così che anche i loro figli possano avere il permesso di essere vulnerabili e umani. Rivendichiamo quelle parti di loro che hanno abbandonato e così facendo permettere loro di essere una versione più vera e più completa di loro stessi.
Magari starete pensando: chi è questa tipa stile Harry Potter? E che ci fa a parlare all’ONU? E’ una buona domanda. Mi sono chiesta la stessa cosa. Tutto quello che so è che mi importa di questo problema e che voglio far sì che le cose migliorino. Avendo visto quello che ho visto e avendone l’opportunità, credo che dire qualcosa sia una mia responsabilità.
Lo statista Edmund Burke ha detto che per far sì che il male trionfi, tutto ciò che serve è che bravi uomini e brave donne non facciamo niente. Nella mia emozione per questo discorso, e nei miei momenti di insicurezza, mi sono detta con fermezza: se non io, chi? Se non ora, quando? Se avete dei dubbi simili, quando vi si presentano delle opportunità, spero che queste parole vi siano d’aiuto. Perché la realtà è che se non facciamo niente, ci vorranno 75 anni - o che io compia quasi 100 anni - prima che le donne possano aspettarsi di essere pagate tanto quanto gli uomini per lo stesso lavoro. 15 milioni e mezzo di ragazze si sposeranno nei prossimi sedici anni e lo faranno da bambine. E con questi ritmi, non sarà prima del 2086, che tutte le ragazze delle aree rurali africane potranno ricevere un’educazione scolastica di livello secondario.
Se credete nella parità, potreste essere uno di quei femministi involontari di cui ho parlato prima e per questo, mi complimento con voi. Stiamo facendo fatica a trovare una parola che ci unisca, ma la buona notizia è che abbiamo un movimento che ci unisce. Si chiama He For She. Vi invito a farvi avanti, a farvi vedere e a chiedervi: se non io, chi? Se non ora, quando?"
 Il bellissimo intervento di Emma Watson alle Nazioni Unite per annunciare la campagna.

venerdì 19 settembre 2014

Matteo Renzi: "Pensiamo a quelli a cui non ha mai pensato nessuno"


Nelle parole della CGIL di oggi, tutto lo stile di un sindacato che è rimasto negli anni ’70-’80, nelle parole, nei termini di paragone, nel concetto di diritto e nel significato di lavoro. Un sindacato che non si è mai accorto di tutti gli altri, perché a quanto pare non erano rappresentati, o erano invisibili.
La risposta di Matteo Renzi
“Oggi la Cgil ha deciso di andare all’attacco del governo. Ma quando si parla di lavoro noi non siamo impegnati in uno scontro del passato, ideologico, noi siamo preoccupati non di Margaret Thatcher, siamo preoccupati di Marta, 28 anni, che non ha la possibilità di avere il diritto alla maternità. Lei sta aspettando un bambino ma a differenza delle sue amiche dipendenti pubbliche non ha nessuna garanzia, perché? Perché in questi anni abbiamo creato cittadini di serie A e di serie B.
Noi quando pensiamo al mondo del lavoro pensiamo a Giuseppe, che ha 50 anni e che non può avere la cassa integrazione, o a chi, piccolo artigiano, è stato tagliato fuori da tutte le tutele, e magari la banca gli ha chiuso i ponti e improvvisamente si è ritrovato dalla mattina alla sera a piedi. Pensiamo a quelli a cui non ha pensato nessuno in questi anni, a quelli che vivono di co.co.co. e co.co.pro. e che sono condannati a un precariato a cui il sindacato ha contribuito, preoccupandosi soltanto dei diritti di alcuni e non dei diritti di tutti. Noi non vogliamo il mercato del lavoro di Margaret Thatcher, noi vogliamo un mercato del lavoro in cui ci sono cittadini tutti uguali, vogliamo un mercato del lavoro giusto, vogliamo delle regole sul diritto del lavoro giuste e non regole che dividono sulla base della provenienza geografica o che siano complicate; se poi con queste regole nuove aziende, multinazionali e non solo, verranno a investire in Italia e creeranno posti di lavoro, sarà fondamentale per poter finalmente tornare a dare lavoro a chi non ce l’ha. Nel frattempo a quei sindacati che vogliono contestarci, io non chiedo di darci almeno il tempo di presentare le proposte prima di fare le polemiche, ma chiedo dove eravate in questi anni quando si è prodotta la più grande ingiustizia che ha l’Italia, l’ingiustizia tra chi il lavoro ce l’ha e chi il lavoro non ce l’ha, tra chi ce l’ha a tempo indeterminato e chi è precario, e soprattutto tra chi non può neanche pensare a costruirsi un progetto di vita perché si è pensato soltanto a difendere le battaglie ideologiche e non i problemi concreti della gente. Sono i diritti di chi non ha diritti quelli che ci interessano, e noi li difenderemo in modo concreto e serio”.
Qui il video dell'intervento del premier.


In ogni caso, per precisare la mia posizione, avendo fatto l’Erasmus in Galles e avendo avuto l’opportunità di trascorrere molto tempo in Gran Bretagna non solo in quell’occasione, se è la politica della Thatcher quella che ha portato quel Paese ad essere quello che è ora, e ci fosse davvero la possibilità in Italia di vivere tra vent’anni come in Gran Bretagna passando attraverso quel processo di rinnovamento, ci metterei la firma subito. Diritti e doveri inclusi.
Quello che veramente vorrei è un mondo del lavoro in cui se c’è un periodo di crisi in cui si arriva ad un 12 % di disoccupazione (perché una curva di un grafico non crescerà all’infinito e non possiamo avere la crescita che abbiamo avuto in passato) almeno che quel 12 % di disoccupati siano le persone che non hanno voglia di lavorare, e che non si dichiarino disoccupate persone in realtà inoccupate o inoccupabili, che non mandano curriculum, non fanno formazione e non hanno nessuna tipo di intenzione di lavorare in regola. Sarebbe bello (un po’ utopico ne sono consapevole) se si iniziasse a far lavorare solo chi ha voglia, chi è motivato e chi è in grado di svolgere le mansioni richieste, e le persone che non hanno intenzione di continuare con la propria attività sarebbe bello (e utopico) che avessero la possibilità di ammetterlo e rinunciare al posto di lavoro: saremmo innanzitutto in un Paese più efficiente, e da lì si creerebbero posti di lavoro con mansioni adeguate anche per chi vuole fare poco e con una certa routine, ma dopo, non prima di chi invece merita.
E’ un cambiamento di testa, tante persone considerano il cambiamento come un handicap e considerano non superabili delle difficoltà che per un giovane sveglio e capace sarebbero minuscole, come ad esempio:

-      spostarsi di qualche kilometro, magari neanche una decina, da un posto di lavoro ad un altro con persino qualche mese di preavviso, durante la strada potresti ascoltare l'autoradio e scoprire cose nuove.
-        avere uno stipendio oscillante dal mese prima al mese dopo.
-       non darsi malati per un raffreddore o un mal di schiena.
-       capire che tredicesima, quattordicesima e premio di produzione potrebbero anche (pensa un po’!) dipendere dal fatturato dell’azienda e quindi non essere garantite.
-       pensare ipoteticamente che possano cambiare il gestionale per motivazioni aziendali e tu debba imparare ad usare un programma nuovo senza protestare due anni perché non hai neppure voglia di imparare ad utilizzarlo nonostante il corso di formazione pagato dall’azienda: ti pagano nella tua fascia oraria lavorativa per imparare una cosa nuova invece che per lavorare, potrebbe persino rivelarsi interessante!
-       accorgersi che se da 10 anni prendi un volo alle 4 del mattino quando vai in vacanza, fai la spesa in un centro commerciale la domenica e pretendi un call center h24 ogni volta che ti cade l’adsl, forse siamo in una società che vive un po’ h24 e 7 giorni su 7 quindi se ti chiedono come insegnante di fare un doposcuola nel pomeriggio vista la cifra che prendi potresti anche farlo (o almeno valuta questa ipotesi).
-       scoprire che il treno delle 17.01 in Porta Garibaldi (Milano) non giustifica la coda alla timbratrice sgomitando con i colleghi, perché nonostante la pessima reputazione di trenord vi garantisco, ebbene sì, che c’è un treno alle 17.22, uno alle 17.31 e uno alle 17.46, e tanti altri successivi … sì lo so quando proverete questa esperienza di vita probabilmente nevicherà e il treno sarà pure in ritardo per voi.
-       cambiare lavoro quando ti rendi conto che il lavoro che stai facendo non ti piace più, non riesci più a farlo fisicamente o non è più in linea con le tue esigenze famigliari, non guardando la pensione come un traguardo (“mi mancano 17 anni alla pensione” ?!?) ma gli anni a venire come un’opportunità di fare formazione e reinventarti. 
-   valutare di non essere idoneo a fare un lavoro all'aperto in mezzo ai boschi come la guardia forestale qualora ti rendessi conto che ogni volta che il meteo dà brutto di dai malato.
- valutare l'idea che timbrare il cartellino per altri è un po' un reato e non è un comportamento difendibile ma un comportamento del quale una persona adulta si assume piena responsabilità con tutte le conseguenze del caso.

-       etc etc.
E’ davvero un peccato che il sindacato per anni abbia perso tempo a difendere questi comportamenti e non abbia neppure visto i lavoratori a progetto, le finte p.iva, gli stage utilizzati in modo completamente illegale e le domande discriminanti nei colloqui, gli straordinari non pagati a persone che hanno voglia di risolvere un problema e non di rimandarlo al mattino dopo mentre il collega con 20 anni di scatti di anzianità per la sua “esperienza” è già andato a casa da ore, ma tu sei lì perché la merce deve partire stasera o perché la consegna va verificata prima di chiudere.